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Antonella Capponi: l’essenziale nell’arte, mentre “di qua dalle mura volano foglie di quercia”

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Osservare, apprezzare, riflettere sull’originalità delle installazioni di Antonella Capponi ci riporta ad una diatriba spazio temporale che ebbe l’assurto con le teorie di Albert Einstein sulla relatività e sulla quadrimensione: il tempo e lo spazio devono essere trattati allo stesso modo e così nacque il concetto di eventi che si svolgono in un sistema unificato a quattro dimensioni, grazie al continuum spazio-temporale dove i punti delle quattro variabili (x, y, z, t) corrispondono a eventi nel tempo e nello spazio. In questo spazio è definito il cono di luce associata ad ogni punto.

 

D – È proprio questo punto di vista dello spazio-tempo che attualizza le opere di Antonella Capponi, rendendo attuali le teorie di Hermann Minkowski, che disse nel 1908: “I punti di vista dello spazio e del tempo che desidero esporvi sono sorte dal terreno della fisica sperimentale, ed è qui che sta la loro forza! Sono fondamentali. Da oggi in poi lo spazio per sé, e il tempo per sé, sono destinati a svanire in mere ombre, e solo una sorta di unione dei due conserverà una realtà indipendente.

Una tua riflessione d’artista.

 

R – Questa frase di Minkowski la trovo meravigliosamente vera! Nel 1990 abitavo in una casa abbastanza isolata nelle vicinanze di Gubbio, ho avuto così molto tempo per riflettere e meditare, allora è nato Cronotopo, l’idea di riflettere sullo spaziotempo è venuta da un articolo, in cui si citava un evento:  in ogni secondo nel mondo nascono tremila bambini. Un solo secondo, e se quel secondo scomparisse? E i tremila bambini? Anche a me interessa la realtà indipendente di cui parla Minkowski, la realtà dell’evento che accade in quella frazione di secondo. Gli Sviati, nella realtà dei fatti, sono il buco nero, dove si rischia di cadere una volta che si sono allentate le maglie delle coordinate spaziotemporali, il buco è un pericolo, costituisce la caduta, una sorta di prevalenza dell’evento sul tempo, di “quell’imponderabile in attesa”, per citare le parole di Ivana D’Agostino che curò la mostra nel 2009, come dire che evento e tempo non essendo più in sintonia possono l’uno abissare  l’altro.

 

Antonella Capponi, nasce a Gubbio. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Perugia e insieme  al maestro Nuvolo, inizia  una ricerca pittorica con materiale plastico di derivazione industriale. Sono le prime espressioni legate al tema della “trasparenza” definite pittura liquida da vedere attraverso, sul quale a tutt’oggi fonda il suo linguaggio. Nel 1988 con l’opera Cubo, nascono le prime sculture aeree, istallazioni e opere ambientali.

Impegnata in una seria e coerente ricerca incentrata sul concetto di limite/soglia e sulla possibilità di travalicarli in senso spazio-temporale, realizza opere scultura, i cui elementi di “trasparenza”, suggeriscono possibile l’attraversamento di uno spazio fisico per un “oltre”.

 

D – Hai esposto in più di cento vernissage tra collettive e personali, tra le ultime si segnalano la partecipazione  a 13x 17 padiglioneitalia presso lo Studio Berengo, a Murano, a cura di Fhilippe Daverio, Jean Blanchaert. Quale è stata la tua partecipazione emotiva maggiore?

 

R –  Sicuramente essere stata presente in 13×17 mi ha emozionato, anche perché poi l’anno scorso quella collezione è stata riproposta a Palazzo Fava a Bologna e sinceramente a vedere il lavoro c’era tanta bella gente. Credo comunque che l’incontro avvenuto a Venezia con Richard De Marco mi ha stupito, perché ricordo molto bene il suo saluto, che poi, nel corso del tempo, si è avverato, con la partecipazione all’omaggio a Joseph Beuys a Craigcrook Castle, in  Edimburgo con 138 presenze internazionali, tra cui Rebecca Horn, David Tremlet e altri.

 

D – Ed ancora mostre personali e collettive; ricordiamo Giochi d’Artista. Presso il Museo Archeologico di Castiglion Fiorentino ad Arezzo,  a cura di   Sabrina Massini e  Margherita Scarpellini. Venus+Demarco+Beuys presso Demarco Archive Trust, Craigcrook Castle ad Edinburgh (U.K), a cura di Richard Demarco e David Gibson. 1000+1000+1000 presso Scalone di  Palazzo Fava,  Palazzo delle Esposizioni a  Bologna, un   progetto di  Philippe Daverio.  7a Giornata del Contemporaneo AMACI, presso la Biblioteca Sperelliana di Gubbio. Opposto/contrario: in difesa dell’Utopia, presso Palazzo della Corgna. Sala dell’Eneide di Castiglion del Lago, a cura di Guido Maraspin. Quale installazione ha ricevuto maggiormente il plauso della critica e del pubblico e la tua soddisfazione per averla realizzata?

 

R – Da parte mia e forse anche del pubblico, di sicuro , La Casa di Penelope, pensata appositamente per il Museo Archeologico di Castiglion fiorentino. Una casa cubica, un vuoto da riempire con le parole, i passanti infatti erano invitati a lasciare una riflessione personale, un desiderio, una poesia su di un bigliettino trasparente che veniva poi appeso ad un filo, fino a costruire le mura della casa stessa. È nata un’opera singolare composta a più mani e leggere tutti messaggi, quasi 2300 è stata una bella sorpresa per me, ancora oggi qualcuno mi chiede: ma posso ancora scrivere per Penelope? Tanto che ora mi è venuta l’idea di pubblicare questi pensieri e realizzare un libro. Da parte della critica, ancora non credo che ci sia stato un grande apprezzamento del lavoro, credo che ancora debba essere, come dire,  scoperto!

 

Un precedente progetto installativo di Antonella Capponi, Sviarsi, affrontava non solo la diatriba spazio/tempo così come la illustrò magistralmente ad  Ascoli  Piceno nel 1994, ma ne amplificava e considerava nuovi aspetti, nel rispetto delle sue personali idee artistiche, dove l’esperienza personale ne modifica la percezione spaziale costruita attraverso variabili temporali del vissuto personale umano che rimane imprevedibile.

Le Opere attive, così nominate dall’artista, numerate progressivamente, mostrano la fenditura circolare, slabbrata nei contorni che evoca la dea Madre primigenia. Sono questi segni che individuano lo stile originale di Antonella Capponi, attraverso cui lei  rende visivamente concreto il passaggio del fluire ininterrotto del tempo, dove la vita dà posto alla morte e la morte si rispecchia nella vita. È la Linea degli Eventi che è impossibilitata a seguire un andamento logico e sequenziale, proprio perché è  imprevedibile come lo è il quotidiano fruire della vita di ognuno.

 

D – Dall’idea alla realizzazione dell’opera, quanto tempo occorre?

 

R – A me occorre molto tempo; sai, a volte mi meraviglio di come possono nascere le idee, poi, una volta realizzata l’opera e per così dire conclusa una fase del lavoro,  torno indietro e vado a cercare nei miei taccuini, quelli degli appunti, dei numeri di telefono, delle improvvisazioni. Scopro che magari, un abbozzo di un pensiero e di un lavoro, esisteva anni prima e ritrovo magari disegnata la stessa idea che viene alla luce anni dopo, è come dire un andare avanti e poi un ritornare indietro.

Se ti riferisci al ciclo degli Sviati ci sono voluti tra l’ideazione e la realizzazione quasi tre anni di lavoro, ma sono sicura che tra qualche tempo, tornerò come dire indietro e forse ritroverò la forma lasciata delle Opere Attive, così chiamate, perché le voglio proprio considerare attive, cioè “vive”, allora vivendo, tornerò su quel tema a me molto caro.

 

La tecnica installativa della Capponi fa uso di effetti di trasparenza ottenuti con colle industriali, plexiglass, neon, led luminosi, incisioni laser, dove l’artista crea dei quadri plastici nei quali traspare l’archetipo simbolico del tempo e dello spazio.

Antonella Capponi usa le nuove tecnologie per esprimere e comunicare la sua originale arte che va oltre i limiti della ricerca, nel rispetto della tradizione dove mattoni di muratura dorati e lucidi affiancano ceramiche azzurrognole dal ricordo dei vetri sabbiosi della Persia. Un verso poetico di Antonella “      Di qua dalle mura volano foglie di quercia” introduce alla nuova mostra di Arezzo dove negli spazzi della Feltrinelli point di via Cavour, 13 dal 1° luglio 2012 si potranno ammirare 12 tavole di disegni inediti e appositamente realizzati per questo evento da Antonella Capponi.

David Gibson, le fa dono di una matita, la   Venus H, utilizzata da Beuys per i suoi schizzi, con la quale Antonella realizza tre disegni che vengono poi inviati per la collettiva di Edimburgo a cui partecipano 138 artisti di spessore internazionale, ed è subito interesse per quei tratti “naturali”. Ha inizio un percorso singolare legato a questo omaggio, nell’autunno del 2011 nella collettiva Opposto/Contrario a cura di Guido Maraspin, presso Palazzo della Corgna a Castiglion del Lago,  dove presenta  l’istallazione “Di qua dalle mura volano foglie di quercia”, 54 tavole; mentre dal 1° luglio 2012, presso la libreria Feltrinelli di Arezzo, saranno esposte solo 12 tavole  inedite, di forma quadrata, dello stesso ciclo di disegni “Di qua dalle mura volano foglie di quercia”, ognuno recanti la data del giorno di esecuzione.

 

D – “Di qua dalle mura volano foglie di quercia”; cosa è la poesia per Antonella Capponi?

 

R – La poesia è una  grande intimità, un parlare tra sé e sè un raccontare fiabe e sogni, alcuni dei quali poi, magicamente si avverano. Alcuni miei versi sono da poco stati scelti dalla redazione di Poeti e Poesia diretta da Elio Pecora, un poeta che ammiro molto, per una Antologica che uscirà a Natale e di questo ne sono lusingata. I versi sono i segreti più intimi che possono celare o svelare  grandi verità.

 

Dal febbraio del 2011 ad oggi, ne sono stati realizzati circa un centinaio. Sopra ogni tavola, con l’uso della grafite, vengono disegnate, foglie di quercia,  alcune sottolineate ad acquerello e graniglia, altre con fogli di rame.  Tutte volano come appese ad un filo al di qua di grandi mura.

Già dagli anni novanta, Capponi rifletteva sull’abbattimento del limite e sull’attraversamento di campo con la serie di muri “bucati”, realizzati ed esposti a Fabriano nella collettiva Laboratorio (1992) e successivamente riproposti in diverse sedi espositive.

Concludo questa intervista ad Antonella Capponi con questa sua riflessione: “Ogni muro costituisce un limite, un impedimento a proseguire con libertà  a volte anche nel pensiero,  quando si incontrano muri mentali. Le foglie di quercia sono le ultime a cadere in inverno e  a nascere in primavera, possono in questo senso rappresentare “l’insolito”, la quercia nel periodo dell’infiorescenza produce fiori maschili e femminili una sorta di completezza, quasi a testimoniare la presenza di una Terza forza”.

 

 

Giuseppe Lorin

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