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Christina di Svezia e il suo cenacolo alchemico

A.M. Partini-Cristina-di-Svezia e il suo cenacolo alchemico

dalla corte di ALESSANDRO VII Chigi a CLEMENTE IX e CLEMENTE X Altieri, fino alla corte di INNOCENZO XI Odescalchi

La nuova ricerca storico-letteraria di Anna Maria Partini ha visibilità nel libro “Cristina di Svezia e il suo cenacolo alchemico”, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee – ppgg 269 – €17,50. L’opera introduce il lettore nella dimensione esoterica ed alchemica propria degli studi e degli interessi di Kristina Augusta, secondo la scrittura dell’idioma svedese, ma ricordata come Christina, Alexandra Maria, in onore del Papa che l’ha battezzata, di Svezia (il nome completo, dopo la conversione era, Christina Alessandra Maria Augusta di Vasa) e dei suoi amici, Francesco Santinelli e il marchese Massimiliano Palombara, presentandoci episodi biografici e analisi testuali interessanti non soltanto dal punto di vista storico ma rivelatori dell’“opera alchemica” di questi tre personaggi, tutti appassionati del conoscere e del sapere che in quel periodo si esplicava attraverso l’alchimia, la chimica, la numerologia, l’occultismo, la musica, la cartomanzia, l’erudizione antiquaria, l’arte figurativa, il teatro, il collezionismo, l’astronomia, la poesia in versi e l’astrologia.

Conosceva alla perfezione dieci lingue, fra cui il latino, il greco, il sanscrito, l’aramaico e l’ebraico. Praticare queste materie non era in contrasto con la religione cattolica, lo dimostra il fatto che Christina di Svezia (Pau, 18 Dicembre 1626 – Roma, 19 Aprile 1689) rinunciò giovanissima ad un regno che amava e sapeva governare, per abbracciare proprio la religione cattolica ed il suo entourage, vuoi per conoscerne i misteri, gli intrighi, la forza persuasiva che induceva alla fede, vuoi per compenetrarsi nella sua essenziale spiritualità. La Biblioteca della Regina degli Svedesi, conservava libri, primissime stampe, pergamene, manoscritti rarissimi, incunaboli, rotoli dell’antica tradizione sanscrita ebraico cristiana che trattavano i momenti decisivi, precedenti e successivi al deicidio e molti Vangeli Apocrifi. I suoi “libri” li imballò personalmente, e da Stoccolma ad Amburgo arrivarono ad Anversa nel maggio del 1654; un primo inventario venne fatto dal suo bibliotecario, Isaac Vossius, che lo terminò nel 1655; Cassiano dal Pozzo, grande collezionista di libri antichi e di manoscritti, su richiesta della regina, visionò e si interessò ad alcuni di essi ritenendoli addirittura sconvolgenti per la stabilità ecclesiale e la fede stessa. Nel 1656 Christina entrò a Roma da Piazza del Popolo, ma solo nel 1657 la sua biblioteca privata arrivò in Italia, a Pesaro, e poi a Roma, nel 1658, provvisoriamente a Palazzo Farnese, dove i libri vennero catalogati da un altro bibliotecario della giovane regina, Luca Olstenio, succeduto a Vossius; anche lui, in circostanze misteriose, venne trovato morto. Così come René Descartes, anche lui appassionato di manoscritti antichi, che morì avvelenato proprio alla corte di Christina, a Stoccolma, l’11 febbraio 1650. A Luca Olstenio successe Giampietro Bellori, antiquario, che li catalogò nel 1663 e li “ordinò” a Palazzo Riario, ma alcuni manoscritti ed antichi stampati rimasero “misteriosamente” custoditi e “sotto guardia” nella Torre dei venti, in Vaticano e andarono fortuitamente dispersi. Christina è il personaggio che esprime più validamente la rinuncia al mondo terreno, addirittura ad un regno, per seguire più liberamente i suoi impulsi sapienziali e la ricerca delle verità religiose. Non a caso è stata chiamata “Minerva del Nord”. In particolare nel libro pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, viene ricordata e commentata la famosa Porta Magica di piazza Vittorio, ingresso secondario e segreto di Villa Palombara all’Esquilino, uno dei pochi monumenti alchemici rimasto intatto nei secoli. Alcune rime del poeta e latinista, il marchese Massimiliano Palombara, riscoperte recentemente da Anna Maria Partini, in due manoscritti dell’Archivio Palombara-Massimo, che vengono pubblicate per la prima volta in questo libro, si riferiscono alle “massime” della Porta Magica. In base allo studio delle rime, l’Autrice ha potuto affermare che le “iscrizioni ermetiche” incise sotto i simboli della Porta e sulle pareti del “palazzino” sono opera del Palombara stesso e non della misteriosa figura vestita da pellegrino che si aggirava con un mazzetto di erba in mano di cui fa riferimento il Cancellieri nel suo racconto, come si è sempre creduto.

Si narra che una notte un enigmatico viandante, si ritiene fosse Francesco Giustiniano Bono, famoso alchimista dell’epoca, si presentò al marchese Massimiliano Palombara in cerca di ospitalità. Al mattino l’alchimista rivelò al suo anfitrione di essersi spinto fin lì per dedicarsi allo studio della pietra filosofale e gli chiese il permesso di poter adoperare il suo attrezzatissimo laboratorio. Così l’alchimista trascorse tre giorni nel gabinetto scientifico del marchese, dopodiché scomparve misteriosamente essendo la porta del laboratorio serrata dall’esterno. Nessuno seppe mai che fine avesse fatto, tuttavia l’alchimista qualcosa doveva aver scoperto, dal momento che aveva lasciato sul tavolo del laboratorio alcuni grammi di oro purissimo e una pergamena con sopra annotata una formula misteriosa.

È sul gradino della Porta Magica che fece aggiungere la scritta latina “Est opus occultum veri Sophi aperire terram ut germinet salutem pro populo” (È opera occulta del vero saggio aprire la terra affinché generi salvezza per il proprio popolo): con queste parole il nobiluomo sottolineava quale fosse la missione di ogni alchimista.

La Porta Magica simboleggiava l’entrata in un’altra dimensione e il suo significato è chiaramente iniziatico e comprensibile solo ai Rosacroce, di cui il marchese Palombara era adepto.

Non posso non menzionare la dimensione architettonica, lo splendore ed il fascino del barocco, nella quale si è svolta l’esperienza terrena della regina, qui a Roma nella metà del XVII secolo quando  Christina di Svezia, sovrana europea, in seguito alla clamorosa conversione religiosa e conseguente abdicazione, decide di trascorrervi il resto della propria vita e, per quasi trentacinque anni, sarà “regina” nel regno della cultura e delle arti avendo il privilegio, unica donna, di sedere a tavola con il Papa.

Il suo salotto, aperto di mercoledì, diventa così centro di mondanità, scuola di gusto: musica, letteratura, canto, pittura, scienza s’intrecciano in conversazioni erudite, alle quali ben presto si tenderà a dare finalità programmatiche; fu con lei che nacque e prese significato il “salotto culturale”.

Appena un anno dopo la sua morte, veniva fondata il 5 ottobre 1690,   l’Accademia degli Arcadi in suo ricordo, per coltivare le scienze, le lettere umane e la poesia. L’Accademia contava prelati come il cardinale Albani, il futuro papa Clemente XI, artisti come Gian Lorenzo Bernini, musicisti come Domenico Scarlatti, eruditi come Giovanni Pietro Bellori, per citare solo alcuni dei nomi più famosi della storia e della cultura di quel periodo.

Luogo delle riunioni, le Ragunanze, – dal 1° Maggio al 7 Ottobre – che ufficializza la fondazione, è il giardino del Convento dei Padri Minori Riformati di San Pietro in Montorio, vicinissimo al giardino di Palazzo Riario (oggi Corsini, famiglia originaria di Firenze), che era stato dimora della defunta regina e luogo delle sue “accademie”. Quasi un segno del destino, sul quale non ci saranno più dubbi quando l’Accademia degli Arcadi si doterà di una propria sede: il Bosco Parrasio, il paesaggio spirituale, che, infatti, sorgerà – e sorge tuttora in Via Garibaldi – su quella striscia di colle situato fra il giardino di Palazzo Riario e l’orto del Convento, divenuto nel tardo Ottocento sede dell’Accademia di Spagna di Belle Arti.

C’è dunque un rapporto di discendenza diretta tra le prime conversazioni letterarie del 1670 nel bosco, dove la natura è amica, e poi nel salotto della regina e l’istituzione dell’Accademia degli Arcadi, nella quale la vivissima memoria di Christina di Svezia viene celebrata con la sua proclamazione, da parte dei quattordici membri fondatori, a Basilissa (ovvero a patrona ispiratrice).

Quando si parla di Arcadia, la cultura umanistica identifica immediatamente una serie di fatti che, disseminati nello spazio e nel tempo, costituiscono la robusta trama di forme mentali, di atteggiamenti culturali, di sentimenti e virtù morali, frutti tutti di un identico sensibile seme.

Comunque, figura eccezionale già nella coscienza dei contemporanei, Christina di Svezia, subito dopo la sua morte, è diventata un vero e proprio mito che ancora oggi affascina.

Era figlia del re Gustavo II Adolfo Vasa (1594 – 1632), che regnò in Svezia dal 1611 al 1632) e di Maria Eleonora del Brandeburgo (1599 – 1655).

Morto Gustavo II Adolfo nella battaglia di Lützen il 6 novembre 1632 durante la Guerra dei Trent’Anni, Christina, unica erede, si ritrovò ad ereditare la corona a soli 6 anni. Per dodici anni, durante la sua minore età, la Svezia venne governata da un Governo tutelare di Reggenza con a capo il Gran Cancelliere del Regno Axel Oxenstierna (1583-1654).

Personalità ricca e complessa quella di Christina, dotata di grande intelligenza, di straordinario temperamento e di un forte senso del proprio ruolo, naturalmente assolutista, verso i vent’anni cominciò ad entrare in conflitto con il Cancelliere e la Reggenza, che puntavano ormai a darle marito, possibilmente nel giro dei suoi nobili cugini, in modo da assicurare alla Svezia un vero Re. Christina, pur essendo pronta ad innamorarsi, ebbe sempre un forte rifiuto del matrimonio, non rassegnandosi all’idea di passare in seconda linea rispetto a chi, sposandola, sarebbe diventato Re del “suo” regno. Al Senato, che nel 1649 la sollecitava di nuovo al matrimonio, rispose chiaramente: “… il matrimonio implica delle soggezioni alle quali io non mi sento in grado di sottostare, e non posso prevedere quando sarò in grado di vincere questa ripugnanza”. Probabilmente è per sottrarsi a queste continue pressioni che Christina nominò, come principe ereditario, il cugino Gustavo Adolfo, il 10 marzo 1649; e Re di Svezia divenne così suo cugino. I dignitari votarono una legge per cui le donne non potevano più diventare regine.

Tre secoli dopo, nel 1980, l’attuale re di Svezia, Carl Gustav XVI, ha mutato la legge affinché in futuro possa regnare Victoria, la figlia primogenita, nata nel 1977… e forse anche per pari opportunità più consone alla Svezia e all’Europa attuali.

Per poter lasciare il paese senza drammi o disordini, Christina dissimulò anche con suo cugino e successore, la propria conversione al cattolicesimo e la propria vera mèta, e attraversò la Svezia in incognito, a cavallo, vestita da uomo e con una piccola scorta di cortigiani fidati, dicendosi diretta in Danimarca, percorse duecento chilometri senza sosta per raggiungere il confine. Al momento di passare il confine congedò il suo cappellano protestante; da qui proseguì via terra, sotto il falso nome di Conte Dohna, in una galoppata di sei giorni che la condusse da Helsingor ad Amburgo. La regina era diretta a Roma, dove intendeva stabilirsi; e, con mossa magistrale, prima si fermò a Bruxelles per convertirsi al cattolicesimo e farsi battezzare, il 24 dicembre 1654.

Un’idea quanto mai ponderata, perché papa Alessandro VII, che aveva appena esiliato la potente Olimpia Pamphilj giurando che mai più una donna avrebbe rimesso piede in Vaticano, spinto dai suoi consiglieri dovette rimangiarsi la promessa per accogliere con tutti gli onori Christina, che rappresentava con la sua abiura un raro trionfo sul protestantesimo.

Quindi si fermò prima nei Paesi Bassi Christina, poi diretta in Italia, passa per Forlì, Cesena, Rimini, Cattolica, Ravenna, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Macerata, Tolentino e Camerino, Ferrara, Bologna, Terni, Spoleto, Foligno, Viterbo, Gallese, Caprarola, Bracciano, e infine Roma, in una Roma ormai libera dal dominio di Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, la regina Christina fu accolta con grandi onori e feste dal nuovo papa Alessandro VII Chigi, appena salito al trono di Pietro dopo la morte di Innocenzo X Pamphilj, e dalla nobiltà romana. In suo onore fu restaurata da Gian Lorenzo Bernini Porta del Popolo, sulla quale ancora oggi si legge la scritta che inneggia al «suo felice e fausto ingresso» in città, è il  23 dicembre 1655: l’evento è ricordato nell’iscrizione latina “FELICI FAVSTOQ(ue) INGRESSVI ANNO DOM MDCLV”, su Porta del Popolo, appositamente restaurata per volontà del papa Chigi.  C’è lo stemma araldico dei Chigi, il monte di sei pezzi sormontato dalla stella a otto raggi, e il festone ghirlandato, l’emblema dei Vasa, la dinastia di Christina. Continuò poi per un paio d’anni a viaggiare per l’Europa, al centro di relazioni e intrighi diplomatici finalizzati soprattutto a recuperare, dai regali parenti svedesi, i benefici promessi.

Tornata a Roma, dopo un periodo passato nella Villa Farnesina alla Lungara, oggi sede dell’Accademia dei Lincei, scelse di insediarsi nel prospiciente Palazzo Riario alla Lungara (oggi Palazzo Corsini), affittato dai Riario nel 1659, ma divenuto la sua residenza definitiva solo dal 1663, il cui grande parco (oggi Orto Botanico di Roma) saliva fino in cima al Gianicolo. Non dimentichiamo che la regina aveva una rendita annuale di duecentoquarantamila talleri.

Qui Christina, che non aveva mai rinunciato al titolo di regina, istituì la sua piccola corte, il suo cenacolo, e di Palazzo Riario fece la base di intrighi, viaggi diplomatici, feste e avventure galanti – ma anche di vaste relazioni intellettuali, culminate nel 1674 con l’istituzione dell’Accademia Reale – che sarà in nuce l’Arcadia – a cui si aggiunse l’Accademia di Fisica, di Storia Naturale e di Matematica.

Appassionata di musica, Christina nel 1669 trasformò il convento di Tordinona in un Teatro sulla riva del Tevere dedicato ad Apollo per farvi debuttare le sue “belle e giovanissime cantanti” Angelina Quadrelli, Antonia Coresi, Maria Landini e Angelica Voglia, detta La Giorgina, giovane danzatrice, musicista e cantante dalla bellissima voce, costringendo il papa Clemente X ad abrogare l’ordinanza del 1588 che vietava alle “vere” donne, sostituite con i castrati del Teatro Argentina, di calcare le scene.

Morì nel 1689, confortata solo dal cugino, il marchese Michele Garagnani. Suo erede fu il cardinale Decio Azzolino, importante personaggio della Curia romana e suo amico e confidente, il quale però morì poco dopo, l’8 Giugno 1689, lasciando i beni al nipote Pompeo Azzolino. Il testamento autografo della regina, documento importantissimo, è conservato, insieme al volume che contiene il corposo inventario dei beni delle regina, presso l’Archivio di Stato di Roma. Il patrimonio artistico che arricchiva il palazzo Riario andò disperso a prezzi irrisori tra i nobili romani, mentre il successivo papa, Alessandro VIII, comprò, “a poco”, la splendida biblioteca dalla quale risultavano già spariti i manoscritti “incriminati” dai cavalieri reggenti la fede, mentre qualcuno rimase nella reale biblioteca segreta di Stoccolma, come possibile “riscatto” della regina, nel caso fosse ritornata in Svezia, abiurando, questa volta, il cattolicesimo.

Le posizioni avanzate della “svedese” in materia di libertà di culto, culminarono nella sua dichiarazione del 15 agosto 1686 in cui si proclamò “protettrice degli ebrei di questa città di Roma”, promettendo di punire severamente chiunque li avesse insultati o malmenati.

Alla  morte della regina Christina la sua ormai esigua “biblioteca privata” e i documenti del suo archivio andarono in eredità all’Archivio Segreto Vaticano e alla Biblioteca Apostolica vaticana. L’Archivio Vaticano conserva l’importante atto di abdicazione di Christina al trono svedese.

Fu sepolta da regina con gli abiti sontuosi da sovrana, la corona in testa e lo scettro tra le mani, nelle grotte vaticane, come accadeva nel IX e X secolo per i re sassoni venuti a Roma per convertirsi. Nel 1943 l’ufficiale americano Svensson, di origini svedesi, chiese l’autorizzazione alla Santa Sede di effettuare una ricognizione del sarcofago della sovrana e la mummia apparve in ottimo stato, il volto rotondeggiante della regina era coperto da una sottilissima foglia d’argento poiché la “risipola” l’aveva deturpata, ma ne ha mantenuta immutata l’espressione serena nell’eterno sonno. Nella Basilica di San Pietro, dando le spalle all’opera del Buonarroti, in alto si ammira il monumento funebre di rappresentanza, opera di una commistione di artisti è su disegno di Carlo Fontana; il medaglione effigiato, in bronzo dorato è di (?) Gilardoni, il bassorilievo che raffigura l’abiura di Christina è di J. B. Theodon e i putti ab ornamentum sono di (?) Ottoni.

Intorno al medaglione è scritto:

 

Christina Alexandra D.G. Svec. Gothor. Vandalorumq. Regina

 

Nel libello sottostante è scritto:

 

Christinae Svecorum Reginae

Ob Orthodoxam Religionem

Abdicato Regno Abiurata Aaeresi

Pie Susceptam

Ac Delecta Romae Sede Eximie Cultam

Monumentum Ab Innocentio XII Inchoatum

Clemens XI P. M. Absolvit Anno Sal. MDCCII

Qui di seguito le epigrafi sulla Porta Magica:

Epigrafi sul rosone:

TRIA SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS CENTRUM IN TRIGONO CENTRI

Tre son le cose mirabili: Dio e uomo, Madre e vergine, trino e uno. Il centro (è) nel trigono del centro.

Epigrafi sull’architrave:

רוח אלהים

(RUACH ELOHIM) Spirito divino

HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON

Il drago esperio custodisce l’ingresso del magico giardino e, senza (la volontà di) Ercole, Giasone non potrebbe gustare le delizie della Colchide.

Epigrafi sulla soglia:

SI SEDES NON IS

Il motto può essere letto da sinistra a destra (Se siedi non vai) e da destra a sinistra (Se non siedi vai).

EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAM UT GERMINET SALUTEM PRO POPULO

È opera occulta del vero saggio aprire la terra, affinché germogli la salvezza per il popolo.

Epigrafi sullo stipite della porta:

FILIUS NOSTER MORTUUS VIVIT REX AB IGNE REDIT ET CONIUGIO GAUDET OCCULTO

Nostro figlio, morto, vive, torna re dal fuoco e gode del matrimonio occulto.

SI FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS TORRENTIUM CONVERTES IN PETRAM

Se avrai fatto volare la terra al di sopra della tua testa con le sue penne tramuterai in pietra le acque dei torrenti.

DIAMETER SPHERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON ORBIS PROSUNT

Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo non giovano ai ciechi.

QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS

Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente.

QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM

Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa.

AZOT ET IGNIS DEALBANDO LATONAM VENIET SINE VESTE DIANA

Azoto e Fuoco: sbiancando Latona, verrà Diana senza veste.

È anche vero che lo stile di vita di Christina sembrò all’epoca assai mascolino, e le dicerie contemporanee le attribuirono costantemente comportamenti libertini, sia prima che dopo la conversione al cattolicesimo. Tuttavia la regina Christina ebbe due grandi passioni: la Pace e la Cultura. Personalmente poco interessata alle lotte religiose, perseguì tenacemente la Pace, anche contro il parere dei suoi consiglieri, e accolse il trattato di Vestfalia con grande sollievo, ponendo fine alla Guerra dei 30 anni.

È senz’altro vero che vari regnanti d’Europa spettegolavano, per ragioni di potere e di eredità, nelle loro lettere, sugli amori di Christina, Ebba Sparre in primis, e sulla sua presunta spregiudicatezza; i regnanti erano tutti parenti tra di loro!

Gli storici attribuiscono a Christina un amore per un gentiluomo che sarebbe morto in guerra.

Al di là di pettegolezzi ed ipotesi è molto sensuale una lettera che Cristina scrisse, molti anni dopo, da Roma, a Ebba Sparre che era a Stoccolma.

Lo stile è semplice, chiaro, il tono sincero ed affettuoso e vi è qualcosa che ispira simpatia per l’ingenuità e la premura amorosa di Christina. Rimane comunque un quesito senza risposta il come Christina, amante della libertà, del libero pensiero, del libero amore potesse conciliare il suo atteggiamento con il cattolicesimo della Controriforma.

È anche vero che il nord luterano era oppressivo, cupo e non tanto indulgente. Se Christina aveva potuto vivere liberamente il suo orientamento sentimentale ciò era dipeso dal suo temperamento, ma anche dal fatto che era Regina e che ciò la poneva in un limbo libero dai pregiudizi e dalle punizioni in cui sarebbero incorse le giovani popolane e le borghesi.

Il fascino della personalità della regina Christina di Svezia risulta essere immutato nei secoli ed è sprone per la ricerca e la composizione sia nella Letteratura con innumerevoli libri, a partire dal suo libro autobiografico sulla sua vita e non ultimo il libro del 1933 di Elizabeth Goldsmith “Christina of Sweden”, la prima biografia psicologica, seguito da tantissimi altri degni di nota ed aggiungo il libro di Daniela Pizzagalli, “La regina di Roma. Vita e misteri di Cristina di Svezia nell’Italia barocca”.

Nel 1979 Ginevra Conti Odorisio propose il libro “Donne e società nel Seicento”, mentre una versione delle memorie della regina, in italiano è: Cristina di Svezia, “La vita scritta da lei stessa”, del 1998. Qui la singolarità delle memorie di Christina, è di essere incentrate sull’infanzia, una stagione della vita generalmente rimossa o trascurata dagli scrittori.

Per il Cinema si ricorda il film di Rouben Mamoulian del 1933 con Greta Garbo che assurge a catarsi della nazione svedese, di una regina che aveva abiurato la religione della sua dinastia e per questo, nella sceneggiatura del film, sarà punita con la morte del suo amato Antonio. Sarà proprio pronunciando “Antonio” che la Divina Garbo farà ascoltare, per la prima volta, la sua voce!

Il bisogno di sfuggire al ruolo che le è stato imposto dalla vita è stato l’elemento dominante di Christina e il film di Mamoulian esprime questo fatto molto chiaramente.

È da menzionare il film di Giorgio Simonelli “Amori e veleni” (1949), con Lois Maxwell nel ruolo di Christina.

In Teatro più volte la figura di Christina è la protagonista come nella tragedia in cinque atti di Alexandre Dumas padre “Christine, ou Stockholm, Fontainebleau, et Rome”, del 1828; la commedia di Paul de Musset “Christine de Suède” del 1856; il dramma, del 2005 “La regina e l’alchimista” di Anna Foa e Vittorio Pavoncello” che attraversa nelle battute la vita della regina degli svedesi è incentrato sulle figure di Christina di Svezia e Francesco Borri, del quale propongo qui uno stralcio:

Cristina: Siete maligno e pettegolo. A cose più pesanti dovevo sfuggire: matrimonio allo stoccafisso con mio cugino, prole in salsa regale, contorno di corte annoiata alla francese… ed era di rigore ancora e sempre l’odiato abito femminile. (ride) Ma io cavalcavo, viaggiavo, vedevo il mondo con la curiosità di naturalista e di devoto, libera in Dio.

Borri: Quale Dio, giacché l’avete cambiato?

Cristina: Eretico! State bene nelle carceri di Castel  Sant’Angelo. Dio è uno solo!

Borri: Calvinisti, luterani, giansenisti, quietisti, e l’elenco potrebbe essere ancora più lungo, non lo vedono come voi.

Cristina: Il Papa solo ha le idee ben chiare. Cattolica! Cattolica! Una bellissima parola. (ride)

Borri: Peccato, tuttavia, che ad alcuni apra la porta del Giubileo e ad altri quella dell’ Inquisizione.

Cristina: Ho chiesto di un dottore non di un pedante! Vi ho già ripetuto che mi sono prodigata più volte per farvi liberare. Ne convengo, è un vero peccato che il vostro ingresso a Roma abbia preso quella porta a sbarre.

Borri: Per mia fortuna, e per Vostra bontà, Maestà, il convertirvi vi ha spalancato San Pietro: che significa avere le chiavi di tutta Roma.

Anche l’Opera Lirica si è ispirata al personaggio della regina svedese e  Sigismund Thalberg musicò “Cristina di Svezia”, su libretto di Felice Romani, rappresentata per la prima volta a Vienna il 3 giugno 1855.

Giuseppe Lorin

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