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Davide Manuli, l’incontro ravvicinato col diverso ne “La leggenda di Kaspar Hauser”

locandina-kasparhauser[1]

Fabrizio Gifuni e Giuseppe Bertolucci nel febbraio 2012 collaborarono per la realizzazione di un cofanetto dal titolo “Gadda e Pasolini antibiografia di una nazione”. L’obiettivo è stato quello di raccontare il Potere e le leve che “diplomaticamente” questo muove e calibra, al fine dell’equilibrio politico agognato. Nel lavoro concluso le leve risultavano così essere l’Amore e la Furia come scatenanti termini determinanti per comprendere l’utilizzo della “ragione di Stato” a favore dell’incondizionato amore per l’Italia.

la-leggenda-di-kaspar-hauser-fabrizio-gifuni-e-silvia-calderoni-in-una-scena-del-film-236688[1]Bertolucci in un incontro televisivo con Fabio Fazio, ricordando Pier Paolo Pasolini dichiarava che era molto preoccupato per questi ragazzi, per i suoi contemporanei, e la sua disperazione, il suo grido d’allarme per come stava andando questo paese, era dovuto soprattutto per l’arrivo e l’accettazione del “pensiero unico” dei media ed era perché vedeva questi corpi mutarsi sotto gli occhi pur mantenendo l’ambiguità fisica della diversità che crea solitudine, vuoto, distacco dalla quotidianità contingente.

 

 

Siamo torturati da informazioni che più delle volte non ci interessano, siamo immersi in un mondo capitalistico e consumistico.

David ManuliDavide Manuli nel suo film “La leggenda di Kaspar Hauser” compie proprio questa ricerca, la ricerca dello spirito e del significato del vivere in una Società che ignora la tua formazione, la tua esistenza, che abbandona la gioventù alle intemperie di un isola dimenticata dagli uomini e da Dio.

È sintomatica la ripetitività e l’interscambiabilità delle battute tra gli attori.

Silvia Calderoni, nel ruolo di Kasper Hauser, offre generosamente il suo scarno corpo nell’ambiguità delle sue forme e diafana, ci ricorda l’ermafrodito felliniano del “Satyricon”.

 

Il film è interamente girato in esterni diurni e l’ottima fotografia ci rimanda a passaggi del cinema muto, dove gli stacchi tra scena e scena fa a meno delle dissolvenze ed il cartello su nero delle scritte indicative degli stati d’animo e degli eventi che accadranno a Kaspar Hauser ci fanno rivivere emozioni di un tempo, come se si entrasse ed uscisse da uno stargate.

La_leggenda_di_Kaspar_Hauser_4[1]Solo gli scenari sardi, rigorosamente proposti in bianco e nero, caratterizzati dal vento di maestrale, potevano rendere così intrigante l’arrivo sull’isola del corpo galleggiante sul mare che verrà soccorso e accolto amorosamente come un figlio dallo sceriffo del posto interpretato, in americano del Kansas, da Vincent Gallo; corpo sottoposto alle angherie dei marosi; scena resa “teatrale” dalla corda legata al polso di Hauser per trascinare repentinamente il corpo a riva. E Tonino, pescatore contadinotto dell’isola, che lo abitua a stare in groppa al mulo in giri concentrici, quasi a voler disegnare il Mandala tibetano nel formare il bello, per vederlo poi svanire nel tempo e dissolversi nel nulla.

Il film ci propone dei temi essenziali: lo smarrimento della gioventù, la solitudine esistenziale e il vuoto incomprensibile delle istituzioni. Davide Manuli, regista geniale di un cinema “non facile”, così come nel suo precedente “Beket”, riesce a comunicare e a spiegare con le immagini la verità sulla condizione di questa generazione messa in pericolo dall’iniqua capacità di gestire la res publica! Davide Manuli prova il bisogno incoercibile di esprimere mediante il film ciò che, in maniera affatto soggettiva, si forma in qualche parte della sua coscienza.

La leggenda-di-Kaspar-Hauser-Vincet-Gallo-Claudia-Gerini e Silvia Calderoni è Kasper HauserAnche in questa sua opera ispirata a Kaspar Hauser, Davide Manuli, si avvale del fantastico ed è sintomatica la figura di spalle del pusher, Vincent Gallo, che si staglia nella landa desolata quasi ad implorare con il braccio destro teso l’arrivo della navetta spaziale dove ci dovrebbe essere almeno qualcuno in grado di salvare questa umanità alla deriva; dove un prete, Fabrizio Gifuni, parla al vuoto perché non ha il suo gregge da amare, dove lo sceriffo, Vincent Gallo, non ha i suoi cittadini da proteggere ed amare, dove la puttana si rifiuta di darsi perché vuole amare, dove Drago,  Marco Lampis, l’infausto cliente, vuole le coccole sognate perché vorrebbe anche lui amare ed essere amato, dove la granduchessa, Claudia Gerini, è alla ricerca d’amore, dove la veggente, Elisa Sednaoui, in minigonna, non prevede più nulla, neanche l’amore, mentre la musica elettronica di Vitalic offre la sua esperienza sensoriale!

 

D – Come si sente Davide Manuli dopo aver terminato “La leggenda di Kaspar Hauser”?

 

R – Mi sento un po’ solo, così come spesso accade dopo la realizzazione di qualche cosa in cui credo ed aggiungo che non è facile lavorare sempre in totale solitudine, sia artistica che produttiva. All’estero è un poco meglio, nel senso che ogni tanto appaiono registi con un “mondo interiore forte” come i Gaspar Noè, i Korine, i Reygadas, ecc. Qui da noi oggi si può dire tranquillamente che Ciprì e Maresco siano gli unici registi italiani che hanno portano un po’ di aria fresca. Questa nuova versione del “Kaspar Hauser” con Vincent Gallo in doppio ruolo e doppio protagonista, è un Kaspar Hauser archetipico e poetico molto lontano dalla versione di Werner Herzog che aveva voluto riportare i fatti così come erano realmente accaduti. Il mio Hauser vuole mettere in luce il fatto che nei suoi tre anni di vita sociali, nei quali gli si era voluta dare un’educazione non è accaduto letteralmente niente di buono al ragazzo, tanto da averlo già ucciso cerebralmente ancor prima dell’assassinio. Il film è girato interamente in Sardegna, in Provincia di Oristano.

 

D – Samuel Beckett e Kaspar Hauser, un autore ed un personaggio enigmatico. Quanto di teatrale e di cinematografico c’è in queste due figure?

 

R – Samuel Beckett e Kaspar Hauser sono due figure realmente esistite, e, secondo me in comune hanno il fatto di aver trasceso la loro stessa vita umana. Sono diventati più grandi di loro stessi entrando nell’immaginario collettivo suscitando poi storie, leggende e archetipi oltre a modi di essere. Dal mio punto di vista queste due figure si sono espanse in maniera così totale, a trecento sessanta gradi, che si prestano benissimo sia al teatro che al cinema, dal momento che le si può interpretare in modo sia oggettivo che soggettivo in innumerevoli versioni.

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