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Il contrasto dei sentimenti amorosi e dei generi affrontati e racchiusi in questa silloge poetica e narrativa, dal titolo evocativo “Rosa Alchemica” di Donatella Bisutti, Crocetti Editore, ci conduce a radici poetiche e a profumi inebrianti ben lontane nei secoli e in dissolvenza amorosa con la partecipazione emotiva di Cielo d’Alcamo e, come nella sua poesia, si denota la spiccata padronanza linguistica e artistica, dove i sentimenti ben si conformano e si miscelano e si amalgamano ai ritmi fondamentali dei quattro elementi che danno la vita, qui su questa terra.

Donatella Bisutti, milanese di nascita, è poetessa, narratrice, saggista. Laureata in Belgio, è giornalista professionista ed è l’autrice della silloge “Inganno ottico” (Guanda editore, 1985, premio Montale per l’Inedito, tradotto da Bernard Noël, in Francia per le Éditions Unes con il titolo “Le Leurre Optique”, Draguignan 1989); seguiranno   la raccolta di versi “Penetrali” ed il poema sacro “Colui che viene” con la prefazione di Mario Luzi, e poi, a valanga, altri sintomatici libri tra la Poesia e la Spiritualità, come “Violenza”, “La nuit dans sa clȏture de sang, ed. bilingue, trad. Jean-Jacques Boin e Bernard Noël, (Éditions Unes, 2000); i suoi saggi e le sue poesie figurano in diverse riviste e antologie italiane e straniere.

Così come negli altri frutti della sua fertile vocazione poetica, Donatella Bisutti, in questa silloge poetica narrativa, “Rosa Alchemica”, ci prospetta l’alternativa comunicativa sensoriale del nostro corpo che in forma mimesica assorbe ed interpreta i ritmi dell’aria, dell’acqua, del fuoco, della terra, li fa propri e li manifesta in forma artistica, vuoi poetica letteraria vuoi nell’arte in genere.

Donatella Bisutti ha svolto negli anni un’encomiabile opera di divulgazione della Poesia in una forma assolutamente nuova, specialmente attraverso due volumi “L’Albero delle parole, edito da Feltrinelli nel 1978 e poi in edizione accresciuta nell’Universale Economica sempre di Feltrinelli nel 1996, dedicato in particolare ai ragazzi, e il saggio bestseller “La Poesia salva la vita, Mondadori 1992 e Oscar Mondadori 1998. Donatella Bisutti come traduttrice ha fatto conoscere in Italia poeti come Jon Silkin, Louis Simpson, sull’Almanacco dello Specchio, Edmond Jabès, di cui ha tradotto e curato per Mondadori il volume “La memoria e la mano,1992, e Bernard Noël di cui ha tradotto e curato il poema La caduta dei tempi, Guanda 1997, ottenendo il Premio Biella per la migliore traduzione. Sua è l’edizione completa, per Scheiwiller, con inediti, della poetessa Fernanda Romagnoli, 2003. Cura la collana di poesia L’Albero delle Parole per le edizioni Dialogolibri.

Donatella Bisutti in “Rosa Alchemica” offre la consistenza della forza espressiva dei suoi versi, e conferma quell’iniziazione all’amore, all’eros, alla perdita, al dolore, sintomi inequivocabili di una profonda inquietudine intima. La sua poesia è l’interpretazione della “fragilità emotiva”, che ha caratterizzato la formazione ed evoluzione individuale, così come viene espressa e scritta sul foglio bianco.

Nel 1990 è stata presidente dell’Association Européenne pour la Diffusion de la Poèsie con sede a Bruxelles. Conduce corsi di aggiornamento per insegnanti e laboratori per le classi elementari e medie, e un corso di poesia per adulti presso la Fondazione Archivi del ‘900 di Milano. È membro del Pen Club della Svizzera Italiana, figura nel comitato direttivo dell’Unione Lettori Italiani e della rivista “Poesia”. È una sensibile narratrice (Voglio avere gli occhi azzurri, Bompiani 1997) ed autrice per ragazzi (L’Astromostro, Feltrinelli 1980, Lucio e la luce della luna, Campanotto 2000). Ha fondato e dirige il semestrale di ricerca transdisciplinare “Poesia e Spiritualità” edito dalla Passagem Sem Guarda Edizioni. Dal 2006 risiede in Portogallo, dove svolge attività editoriali. Nella raccolta poetico narrativa “Rosa Alchemica”, si evidenzia il ciclo del mito greco con la scansione in piccoli capitoli da Eros e Persefone a Cibele e Core dove il Canto dell’Acqua, il Canto del Fuoco, il Canto dell’Aria, il Canto della Terra evidenziano quanto siano state importanti e formative le lezioni di Platone ed Aristotele sull’arte della Mimesica, sul suo significato fondamentale per il giusto equilibrio tra l’Essere e l’Arte, in simbiosi mimesica con i ritmi fondamentali dei quattro elementi che da sempre hanno ispirato i massimi artisti geniali di questo nostro Pianeta Terra; la sua maturità  si evince oltre che dalle poesie bisuttiane anche dai suoi Canti Atlantici, dove il bocciolo profumato è rappresentato proprio dal capitoletto Rosa Alchemica, che dà il titolo alla silloge poetico-narrativa di questa stravagante, sensibile poetessa.

Donatella Bisutti in qualche numero passato della sua rivista-libro “Poesia e Spiritualità”, incoraggia l’umanità con parole di speranza: “Abbiamo bisogno di sviluppare una spiritualità trans-confessionale, essenzialmente laica e moderna, che riapra la nostra umanità depressa e oscurata alla gioiosa ricerca di una vita sempre più libera e felice, di quell’essere umani in pienezza che preme in ognuno di noi con la forza e la gioia di un Nascente.” Proprio con queste sue parole Donatella Bisutti, autrice fra l’altro del saggio La Poesia salva la vita, presentò il primo numero del semestrale di ricerca transdisciplinare “Poesia e Spiritualità”, ora al quarto anno di pubblicazione con il n° 6 che è in via di stampa.

Nel suo primo anno di vita la Rivista si è fatta conoscere anche a livello internazionale, con presentazioni di prestigio sia in Italia – a Milano all’Unione Lettori Italiani, allo Spazio Tadini e alla Casa della Poesia Palazzina Liberty, a Torino al Convegno Torino Spiritualità, a Roma alla Biblioteca della Camera dei Deputati con la Universitas Montaliana – e poi all’estero, dalla Maison de l’Italie di Parigi ai Dipartimenti di Italianistica della Columbia University e della Stony Brook University di New York, all’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona. Si è trattato sempre di eventi contrassegnati dall’affluenza e dalla partecipazione del pubblico, con relatori di altissimo livello, fra Guy Goffette, Nuno Judice, Franco Loi, Bernard Noël, Maria Luisa Spaziani, Cesare Viviani”.

 

D – Cosa è la Poesia per Donatella Bisutti?

 

R – La Poesia… Vi sono istanti che diventano intensità. In questa intensità la mente respira, non più divisa, scivola ai confini del tempo, incontra la bellezza come puro esercizio di sopravvivenza… e si entra  nella vertigine del vero, dell’Arte.

 

D – Quanto c’è dell’esperienza di vita di Donatella in tutto ciò che scrive?

 

R – Credo che chi scrive debba essere sincero: per sincerità intendo appunto  una coerenza fra la propria esperienza di vita e  la scrittura. Quando questa non c’è  quello che si scrive diventa “letterario” nel cattivo senso del termine, cioè manca di verità e di reale originalità perché si rifà non a una esperienza ma  ad altri libri, a mode, a esperienze altrui, a cose orecchiate. Allora, perché scriverle? Solo ciò che è esclusivamente nostro può risultare nuovo  e quindi interessante per gli altri. Quindi nella mia scrittura  c’è il riflesso  di esperienze d’amore esaltanti e drammatiche  che hanno trasformato profondamente la mia vita. E anche il riflesso di una ricerca interiore  attraverso la meditazione  (Zen e Yoga) e lo studio della psicoanalisi mossa dalla necessità e dalla speranza  di sopravvivere a dolori che avevano la loro radice nell’infanzia. Così ho rivissuto l’infanzia nel mio romanzo “Voglio avere gli occhi azzurri”, con lo stupore e gli strazi di questa età bella e terribile che prepara il tuo ingresso nel mondo.

E ho scritto  “Colui che viene”, oratorio mistico che riassume un’esperienza spirituale faticosa ma esaltante che mi ha condotto fino alla grotta dell’Apocalisse nell’isola di Patmos seguendo “segni” che sentivo mi venivano mandati. Ho scritto le poesie aforistiche di “Violenza” mossa  dalle esperienze  quotidiane di violenza  nel mondo  in cui ci troviamo a vivere. Ho scritto per i bambini “Le Parole Magiche” per condividere l’esperienza del gioco e della risata, il mio amore, fin da piccolissima, per le parole che sono una specie di Lego con cui si può giocare all’infinito. 

 

D – Gli autori che hanno guidato la sua formazione?

 

R –  A mio avviso gli autori più determinanti sono quelli che  si leggono nell’infanzia: niente forse si imprime  più profondamente nell’animo. Per me sono stati la scoperta del meraviglioso, del magico, della possibilità di entrare in infiniti mondi.

 Ma anche della bizzarria, della paura, del dolore. Prima di tutto ricorderò le Novelle di Andersen, che per me rimangono un vertice  della letteratura mondiale e Alice nel paese delle meraviglie, ma anche  I viaggi di Gulliver.  Fra i libri che invece  ho amato nella mia adolescenza  ricorderò La bella estate di Pavese,  gli Ossi di seppia di Montale, i racconti di Calvino e di Poe… e dopo? Certo la Dickinson, Yeats, Blake, Holderlin fra i poeti. Dino Campana. Il Foscolo. E negli anni più vicini  Fernanda Romagnoli, così poco conosciuta e ricordata, di cui ho curato un’edizione  postuma con alcuni inediti  per Scheiwiller. Il grande grandissimo Giorgio Caproni

 A volte ci toccano il cuore gli autori più defilati, non necessariamente quelli   più “laureati” per dirla con Montale, forse perché ce li fanno studiare troppo a scuola e a volte ce ne viene l’uggia per sempre. Ed è magari un peccato. A me piace molto andare controcorrente, esplorare, seguire  l’impulso della curiosità, andare a caccia dell’incontro imprevedibile.

 

D – Può il coinvolgimento politico essere determinante per chi scrive?

 

R –  Sicuramente può. Ma non necessariamente deve. Voglio dire che ormai siamo lontani anni luce dalla letteratura che era chiamata dell’impegno. Oggi non credo in un coinvolgimento politico diretto. Ma indirettamente   esiste sempre un coinvolgimento anche politico nel senso che  uno scrittore parte da una visione del mondo, e una visione del mondo non può non essere anche sociale e politica. Significa credere, innanzitutto credere in determinati valori, in determinate priorità. Io di più “politico” ho fatto, insieme a Mario Luzi, soltanto un manifesto per la Pace ai tempi della guerra del Kosovo, che poi è diventato un libro, che purtroppo è caduto un po’ nel vuoto. Ma resta una testimonianza importante  che andrebbe  rivisitata oggi che siamo ritornati in un’altra guerra, una guerra  che appare ancora una volta  piuttosto sbagliata.  Ho scritto anche  una raccoltina dal titolo Violenza, che  vuole levare una voce contro la tortura e la sopraffazione e una raccoltina di Aforismi che ha ottenuto il Premio presieduto da Maria Luisa Spaziani con il titolo La parte dell’innocenza.

 

D – Un consiglio a chi intende avvicinarsi alla scrittura creativa?

 

R – Non voler  essere omologato a una moda, ma nemmeno andare alla ricerca dell’originalità per l’originalità: l’originalità vera è un fatto interiore e non programmatico. Come dicevo prima, la sincerità mi sembra essenziale per uno scrittore  degno di questo nome, e quindi anche la coincidenza e la coerenza fra vita e scrittura. Soprattutto una cosa vorrei consigliare a qualcuno che mi chiedesse, così come la dico anche a me stessa: scrivere solo  se e quando  lo si avverte  una necessità ineludibile e quasi, a volte, quasi dolorosa. Non mi piacciono quelli che si mettono ogni giorno a tavolino anche se non ne hanno voglia.   Questa è letteratura artificiosa.

 

D – Che differenza nota tra l’ambiente culturale degli anni ’60 e questo del terzo millennio?

 

R –  A dir la verità non posso parlate molto dell’ambiente culturale degli anni ‘60 perché ho esordito in campo letterario negli anni ‘80. Comunque la differenza è senz’altro notevole. La prima che salta agli occhi è la presenza massiccia di internet, di facebook, twitter, sky, messenger, ecc.  Certo questo presenta da un lato dei vantaggi: la rapidità con cui si possono diffondere informazioni e idee senza sottostare ai diktat  editoriali, questa della velocità e della libertà, della possibilità di raggiungere in un attimo migliaia di persone con cui condividere progetti, è qualcosa di impagabile. Tuttavia dato che nulla a questo mondo è senza un prezzo, questo prevalere mediatico sulla carta stampata  significa anche  minore durata di un testo, anzi scarsissima durata e anche  minore lavoro  “artigianale” sulla scrittura, un impegno più superficiale e approssimativo, se non altro per tener dietro a questi tempi veloci. Inoltre la platea dei fruitori è non solo immensa ma  anonima, così  viene meno un referente critico preciso. Negli Anni ‘60 c’era una critica riconosciuta che bene o male fissava dei valori, uno che scriveva o che voleva scrivere  sapeva  a che cosa  attenersi, oggi   tutto sembra avere uno stesso valore, il buono e il cattivo,  e questo disorienta.   

 

D – Ricorda la prima volta che si è resa conto di voler scrivere?

 

R –  Ricordo che ho cominciato a scrivere a 8 anni e già allora volevo diventare  da grande una scrittrice. Scrivevo  poesie e anche tutti i testi del giornalino di classe, compresi i giochi di parole. Una vocazione precocissima che però si è poi realizzata tardi. Per paura  di non essere all’altezza. Nel frattempo mi ero  messa fare giornalismo, che mi metteva  meno in gioco dal punto di vista della scrittura. Però del giornalismo mi è rimasta una cosa: la volontà di   comunicare  con un  lettore, il rifiuto, per esempio, di considerare la poesia un fatto elitario, una lettura iniziatica che doveva escludere, secondo alcuni “colleghi” poeti, tutti  coloro che erano al di fuori  della ristretta cerchia. Perciò da anni vado dicendo che la poesia deve essere per tutti, uno strumento imprescindibile per la qualità della  nostra vita .

 

Ringrazio Donatella Bisutti per aver dedicato ai lettori di www.clicknews.altervista.org parte del suo tempo poetico.

 

Mi congedo da questo articolo/intervista con una frase di Louise Bourgeois:

 

Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. La certezza è che non ti farai del male e che non ucciderai  mai nessuno”.

 

Ma non posso non riportare un pensiero di Dylan Thomas:

 

All’inizio volevo scrivere poesia perché mi ero innamorato delle parole. Le mie prime poesie furono le nursery rhymes e, prima che potessi leggerle da solo, mi piaceva il suono delle parole, giusto il loro suono. Quello a cui servivono le parole, i loro simboli, i loro significati avevano un’importanza del tutto secondaria. Solo il suono importava… Mi interessavano le forme che il suono dei loro nomi prendeva nel mio orecchio… i colori che le parole mi gettavano negli occhi.

 

Giuseppe Lorin

Donatella Bisutti: Rosa Alchemica

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