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Edith Bruck, convivo con la poesia e con essa mi trasformo

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Venni scelto da Edith Bruck per interpretare uno dei suoi personaggi nel film da lei diretto “Improvviso” tratto dal romanzo Transit che aveva pubblicato qualche anno prima. E così, oltre a conoscere Edith, lavorai al fianco di Andrea Ferréol, Valeria Moriconi e Delia Boccardo.

Ho sempre considerato la scrittrice Edith Bruck, come testimone del popolo ebreo ungherese sterminato dalla follia nazista. Con l’animo sensibile forgiato dalla sua educazione familiare ed affinato dall’ala protettrice della Poesia, Edith Bruck affronta nella sua testimonianza narrativa, “La donna dal cappotto verde”, edito dalla Garzanti – che ha pubblicato della stessa autrice “Quanta stella c’è nel cielo” – due tematiche fondamentali diventate archetipi della nostra esistenza: la memoria e la pietà. Qui però la pietà è intesa come perdono.

È strano, ma come fa un popolo a chiedere perdono al proprio aguzzino? Perdono di cosa, se proprio lo sterminio di quel popolo ebreo, con la scusa del deicidio, ha messo a tacere uno sviluppo economico che avrebbe dato fastidio alla gestione economica ariana?

Dal punto di vista psicologico la narrativa di Edith Bruck si può definire autobiografica, dove i sentimenti che coinvolgono l’intera fisicità come le passioni, i dissidi, gli allontanamenti, le angosce, diventano cause improvvise di trasformazioni della persona dove ha forma il meccanismo psicofisico, borderline schizofrenico.

La donna dal cappotto verde” indaga nei meccanismi psicologici che hanno indotto il male ad avere, in quegli anni, il sopravvento, indaga nella storia di quell’evento insano tramite due donne che si cercano, oltre il dolore e la colpa.

È una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi. Lea Linder sta comprando il pane. Nel negozio la osserva una donna anziana. È avvolta in un cappotto verde. Le si avvicina…Lea sente pronunciare il proprio nome e si volta verso la direzione del richiamo ma non vede nessun conoscente sul luogo… “Sei Lea, la piccola Lea di Auschwitz!” “Sì, sì…” Ha di fronte una donna che uscendo frena i passi, quasi si scontra con la sua figura paralizzata… fugge, scompare! Come ha fatto quella donna a riconoscerla dopo tanti anni? Chi è? Chi era? Lea non riesce più a darsi pace. La cerca. Vuole scovare quel fantasma. Si sforza di ricordare. Se conosceva il suo nome, potrebbe essere stata un’aguzzina… Riesce a individuarla. Incontrarla. E ancora a temerla come la bambina di allora, dibattendosi tra il perdono e la rivalsa, mentre il tempo inesorabilmente avanza marchiando i corpi di chi si ama.

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata in un villaggio ai confini dell’Ucraina da una famiglia numerosa di ebrei poverissimi. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio si stabilisce in Italia, adottandone la lingua.

Nel 1959 esce il suo primo libro “Chi ti ama così”, un’autobiografia che racconta la sua infanzia in riva al Tibisco e nella Germania dei Lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti “Andremo in città”, da cui il marito, il poeta e regista Nelo Risi, ne offrirà la versione cinematografica con Geraldine Chaplin e Nino Castelnuovo.

È autrice di poesie e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Nuda proprietà (1993), Lettera da Francoforte (2004), Quanta stella c’è nel cielo (2009), da cui è in fase di realizzazione un film di Roberto Faenza, e ancora Privato (2010). Le sue opere rendono testimonianza, da non dimenticare, della Shoah. Nella lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Tra gli altri, è traduttrice lei stessa di Attila József e Miklós Radnóti.

Edith Bruck ha collaborato con alcuni giornali, come Il Tempo, il Corriere della Sera e Il Messaggero, intervenendo in diverse occasioni intorno ai temi dell’identità ebraica e della politica di Israele.

Gli scritti, le poesie ed i filmati di Edith Bruck rievocano sensazioni ed esperienze vissute sulla propria pelle e quella di un popolo intero; la Bruck offre al suo estimatore, la possibilità di interloquire con la realtà di fatti realmente accaduti.

La poesia di Edith Bruck è molto originale in quanto fa percepire quella strana struggente malinconica nostalgia che si avvicina di più al fado portoghese, donandoci la speranza di quel rinnovamento dell’animo umano tanto agognato fatto di teneri ricordi vissuti in un freddo ed orrido momento della storia dell’umanità.

C’è chi colleziona farfalle / e chi colleziona medaglie / chi denaro chi francobolli / c’è chi costruisce armi / chi le usa / chi lavora se c’è lavoro / c’è chi si perde dietro un amore / vincendo una vita.

C’è il mare / c’è la montagna / l’aria sa di ginestra / le stanze di pulito / c’è di tutto / e tutto è tuo / non sei mai stata / tanto ricca / e così sola.

Nascere per caso / nascere donna / nascere povera / nascere ebrea / è troppo / in una sola vita.

Che mi vengano pure malattie e sciagure / che i giorni non siano meno faticosi / che esistano pure le brutture / che guadagnare il tozzo di pane / non sia più facile / tutto va bene / purché iddio che non c’è / (ho sempre meno paura a dirlo) / mi conservi fino alla fine / la nostalgia di te.

Vivere qui o altrove / è lo stesso / quello che conta / quello che tiene in vita / non è legato a un luogo / un paese vale l’altro. / Gli amici non mancano / perché non ci sono / i pochi rimasti / sono presi nel vortice / dell’infelicità propria.

Il potere non s’addice / alla donna / la imbruttisce / la deforma / la maschilizza / la ingoffa / la rende feroce / da far paura.

Crescono come selvaggi dicevi / senza Dio / senza un padre come si deve / senza un tozzo di pane / senza istruzione / senza futuro / povere figlie mie, / se sarete oneste ubbidienti / buone e pure / troverete qualcuno / che non bada alla dote / siete belle / siete più belle / delle figlie / del commerciante in legname / anche di quelle grasse / di Roth il riccone, / se non sarete schizzinose / e non pretenderete di scegliere / perché non ve lo potete permettere / la speranza di sistemarvi c’è.

A occhi asciutti / a stomaco pieno / in una casa di proprietà / con un lavoro autonomo / tra donne che gridano forte / tra uomini spaventati / è la mia ora / e non so più viverla.

“…Anche Lea fa un gesto per cancellare quella immagine e, come se la stradina fosse sua, del tutto libera e più vasta, saltella da una parte all’altra, sempre più leggera, più infantile e vola, va a prendere il pane.”

La donna dal cappotto verde (Nuova biblioteca Garzanti – 2012) ppgg 119-€15,60

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