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EDUARDO DE FILIPPO QUESTO GRANDE MASCHERONE

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Maschera, mascherone o, bonariamente detto, mascalzone?

Scavalcamontagne, cattivo o genio consapevole? Sono questi gli interrogativi svelati nel libro, o meglio, nel saggio che Italo Moscati ha dedicato al grande drammaturgo e attore Eduardo De Filippo a trent’anni dalla sua scomparsa a Roma, avvenuta per l’appunto il  31 ottobre 1984.

Ricordo Italo Moscati come storico della televisione ed apprezzato ritrattista radiofonico in grado di rendere affascinante qualsiasi personalità emblematica della comunicazione cinematografica e teatrale. Capolavori narrativi radiofonici sono la minuziosa descrizione della divina Garbo o la storia travagliata di Anna Magnani che grazie allo “stile Moscati” hanno ripreso vita nell’etere come l’originale profilo di Alfred Hitchcock, che è stato riproposto da Sacha Gervasi, con Anthony Hopkins nel ruolo di Alfred Hitchcock ed Helen Mirren in quello di Alma, o nelle pagine dei suoi libri.

10501752_10154807866225193_2520456823346832631_n[1]Con “Pasolini Passione”, Italo Moscati, anticipa la tesi del complotto politico educando il pubblico ad una visione critica dei fatti. Inserisco qui due domande fatte all’on.

Furio Colombo in merito al complotto politico e alla ricorrenza, il 2 novembre, dell’assenza di Pier Paolo Pasolini da questo tragico mondo sempre più violento:

 

D – La frangia culturale del popolo italiano attende dal 1975 la verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini; lei che per l’ultima volta intervistò l’intellettuale Pasolini che giustificazione si è data su questo incombente silenzio che da più parti si vuole squarciare?

 

R – No, io non direi “silenzio”, direi che c’è sempre stata molta fervida discussione; non ho l’impressione che le istituzioni si siano particolarmente impegnate a soffocare una possibile verità, perché ogni giudice è rimasto libero di indagare e avrebbe potuto farlo, così come infatti si sono compiute in quegli anni delle indagini anche spericolate e anche drammaticamente rivelatrici su aspetti della vita italiana come per esempio quelli che stanno venendo alla luce come il processo di Palermo sulle trattative Stato-Mafia; non c’è stato e non poteva esserci un soffocamento istituzionale di altre indagini, il fatto è che a coloro che credono nel delitto organizzato e premeditato, io dico che purtroppo chi l’ha fatto, se questa è la tesi da accettare, l’ha fatto in modo più perfetto di altri delitti perché non ha lasciato delle vere tracce identificabili con il passare degli anni; di solito, il passare degli anni è favorevole al disvelamento di cose che nessuno ha voluto svelare; qui il caso è al contrario ed è la ragione per cui io, insieme ad alcuni dei più cari amici di Pasolini, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, c’era Antonioni con me il giorno in cui la mattina all’alba siamo andati sul posto, Dacia Maraini, ci siamo detti è impossibile andare al di là di questo. Ogni sospetto, ansietà e suggerimento è perfettamente possibile ma altro non c’è, tanto è vero che non c’è stato, c’è stato l’intenso attivismo di Oriana Fallaci, che era tipico del suo appassionato stile di giornalismo, ma a parte quello, purtroppo, mille ipotesi e nessun consolidamento possibile, ed è sulla riva di questo fiume limaccioso che bisognerebbe, purtroppo, fermarsi.

 

D – Una sua personale riflessione sul Complotto Politico e sulla Ragione di Stato?

 

R – Siamo un paese così ricco di complotti politici e di ragioni di Stato che stiamo dicendo cose assolutamente non impossibili e non inimmaginabili ma perfettamente immaginabili, però al momento sono ancora immaginabili.

 

Italo_Moscati[1]Italo Moscati non a caso è stato per alcuni anni direttore indiscusso di RAI Educational, e Tempo, Tema ed Epoca sono i programmi che hanno avuto la sua prestigiosa firma.

Italo Moscati nato a Milano, dal 1967 abita e lavora a Roma.

È giornalista, critico, sceneggiatore, regista, docente, scrittore ed autore eclettico, talmente sensibile che riesce ad immedesimarsi nei personaggi tanto da farli amare anche ai suoi più restii seguaci culturali. Per una certa ragione affettiva, il suo approccio mi ricorda il grande storico italiano Antonio Spinosa che riusciva con la sua artistica penna a far amare i personaggi critici della storia. Italo Moscati ha al suo attivo numerose pubblicazioni ma il libro che sto leggendo in questi giorni dell’autunno romano è “Eduardo De Filippo. Scavalcamontagne, cattivo, genio consapevole”. La Ediesse, con il contributo della Compagnia Assicuratrice UNIPOL S.p.A., ha curato la pubblicazione di questo prezioso scrigno del ricordo eduardiano.

Non a caso la copertina del libro riporta una elaborazione grafica della foto di Eduardo De Filippo, seduto al balcone e con il braccio sinistro appoggiato alla ringhiera, in contemplazione riflessiva della quotidianità. Il progetto grafico e l’immagine è a cura di Antonella Lupi.

images[5]C’è da dire che questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1998 dalla Marsilio, è stato rivisto ed aggiornato da riflessioni ed interrogativi grazie all’innata critica di Italo Moscati, che con l’Associazione Centro Studi Veliterno di Velletri, promotrice del premio Eduardo De Filippo, con il patrocinio del Comune di Velletri e la collaborazione sensibile dell’Assessorato alla Cultura della città, ha dato concretezza al libro critico “Eduardo De Filippo. Scavalcamontagne, cattivo, genio consapevole”.

Peppino Patroni Griffi, prima di morire, così ricordava: “Eduardo comandava, non metteva mai a parte la compagnia dei suoi progetti artistici ed era, a quanto mi risulta, anche tirato nelle paghe. E invece lo vogliono far passare per un buon padre. Lui dava il massimo e lo pretendeva, odiava i leccapiedi. E poi ancora, la volta che interruppe la recita: “Signori spettatori, l’attore qui – non ricordo mai i nomi – ha sbagliato la battuta; adesso la ridice”…

Come ogni bravo prestigiatore, o meglio, artefice magico, Italo Moscati ci introduce con l’incipit giusto e ci fa immaginare i tratti del drammaturgo: “Era davanti a me, l’aria seria, il volto infossato, sereno, pronto ad aprirsi a un sorriso leggero. Guardai nel suo piatto. Un piatto diviso in due: da un lato il tuorlo di un uovo, dall’altro un cucchiaio di miele.

È questo il ritratto, la maschera di Eduardo, che al primo incontro rimarrà, da allora, indelebile nel ricordo del giornalista Italo Moscati, dell’Europeo.

Eduardo, come Peppino e Titina, era figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta, autentica star della scrittura teatrale italiana di fine Ottocento, che fu prolifico di opere e di figliolanza, non sempre concepita nel matrimonio. Come appunto i tre, che presero il cognome della madre Luisa, nipote della moglie di Scarpetta, Rosa De Filippo, e che chiamavano il genitore “zio”, secondo quanto egli stesso dispose. Scarpetta si prese cura di tutti, il che valse anche per i figli non suoi, come Domenico, nato dalla relazione della moglie nientemeno che con Vittorio Emanuele II re d’Italia. Da uomo di teatro e di mondo, Scarpetta al Teatro Sannazzaro a uno spettatore che gridò al suo indirizzo: “Scarpè tien’e ccuorna!”, rispose con tutta calma: “…Sì, ma ‘e mmie so’ reali!” (da eduardoscarpetta.it).

Il saggio libro di Italo Moscati è un susseguirsi di aneddoti, ricordi, testimonianze, riflessioni, che impreziosiscono questo scrigno che racchiude parte del vero teatro italiano: «Molti pensano che io proponga un teatro in cui descrivo la povera gente, i marginali, le persone che vivono di stenti e di espedienti, perché io sono stato povero; in realtà, io non lo sono mai stato. Andavo a scuola in carrozza».

Eduardo ebbe una vita sentimentale piuttosto movimentata tanto è vero che si sposò tre volte ed intrecciò parentele come da antica prassi attoriale; si ricordi Vittorio Gassman con Nora Ricci, Shelley Winters, Diletta D’Andrea.

I rapporti amorosi di Eduardo furono sempre frenetici e confusi, tanto che le biografie hanno spesso portato confusione più che mettere chiarezza. Eduardo ebbe una storia con una giovane di nome Ninì; scambio di poesie, fughe di mezzanotte, dopo le recite, passeggiate notturne sul lungomare, eppoi il matrimonio nel 1928 con l’americana Dorothy Pennington, sciolto nel 1952 a San Marino e a Napoli nel 1955. È nel 1956 il secondo matrimonio con Thea Prandi, che gli darà due figli, Luisella e Luca. La tragedia familiare con la morte di Luisella, a nove anni; la separazione ed il divorzio nel 1970.

Il terzo matrimonio nel 1977 è con Isabella Quarantotti, ex moglie di Felice Ippolito, scienziato, pioniere dell’industria nucleare italiana e cofondatore del Partito radicale. La figlia avuta da Isabella Quarantotti dal suo precedente matrimonio con Felice Ippolito, Angelica Ippolito, consolidata attrice della compagnia di De Filippo, conobbe Gian Maria Volontè, di cui rimase la compagna fino alla morte di questi.

Eduardo De Filippo, dopo aver imparato dal padre Eduardo Scarpetta il mestiere, ha cercato in ogni modo di dimenticarlo, inventando una drammaturgia relativamente pirandelliana. Come si diventa drammaturgi? Ecco svelato il mistero, è lo stesso Eduardo che ce lo confida: “Ricordo che mio padre, Eduardo Scarpetta, mi regalò una scrivania per invogliarmi a ricopiare i testi teatrali, a dieci pagine al giorno. Fu così che copiando commedie, farse e tragedie, a poco a poco finii per capire il taglio di una scena, il ritmo dei dialoghi, la durata giusta per un atto unico, per due, per tre atti”.

Dopo l’arte del “copiare e adattare”, Eduardo incontra Luigi Pirandello, lo scrittore siciliano, che lo convince ad abbandonare l’arte della copia e del furto e gli insegna quella dell’invenzione, originale e creativa; “Ma no, figlio, scrivi come le senti le battute, non tradurre”, gli diceva, incitandolo, Pirandello.

E poi la querelle con suo fratello, Peppino De Filippo, una presenza forte, terribilmente comica, e il pubblico quando lo guarda ride, il che indispettisce Eduardo concentrato nel suo monologo. La gelosia, specialmente nell’arte teatrale, specialmente se si è parenti, parenti stretti come fratelli, fa compiere cose inaudite e questo avveniva quando Peppino era coinvolto in spettacoli insieme ad Eduardo. Ricorda Peppino che il pubblico si concentrava più sulla sua presenza scenica e che finiva poi per interessarsi più al suo pur impercettibile movimento piuttosto che sulla “recitazione” di Eduardo.

Il divorzio definitivo tra i fratelli avviene nell’autunno del ’44 a Napoli, quando Eduardo, Peppino e Titina, che avevano passato la guerra a Roma, tornano a Napoli. Eduardo arriva con una camionetta, facendo l’autostop, con un ufficiale alleato. Si stabiliscono al Diana, stanno provando una commedia. Un giorno, Eduardo era molto nervoso: Peppino stava leggendo il giornale, era distratto durante la prova. Eduardo lo rimprovera. Peppino non tollera il rimprovero, sale su una sedia e comincia ad applaudire dicendo: “Duce, Duce, Duce”. Così Italo Moscati descrive la separazione definitiva, il loro divorzio artistico.

Maurizio Giammusso, così descrive nel libro di Moscati: “La ruggine tra i due era nata per diversi motivi. Eduardo aveva saputo – e non si sa se fosse vero – che Peppino stava per andare a fare la rivista. Intendeva lasciare la compagnia, e non l’aveva detto a suo fratello, al suo capocomico, al suo compagno di scena. C’era poi il desiderio di Eduardo di andare ancora più a Sud, recuperare altre piazze teatrali. Peppino invece per motivi anche sentimentali – aveva una nuova fiamma – voleva rimanere a Roma. Forse c’era addirittura una questione di donne. La donna che era amata da Peppino in quel momento forse piaceva anche ad Eduardo” Maurizio Giammusso, è un grande della scrittura giornalistica e lo voglio ricordare come l’autore di un libro, diventato ormai storico ed essenziale per chi è interessato alla nostra prestigiosa Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ovvero il libro “La fabbrica degli attori”, edito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; è la storia di cinquant’anni dell’Accademia, dalla nascita fino all’anno accademico 1987/1988.

Eduardo De Filippo, nel caso si accorgesse di battute “dette male” durante lo spettacolo in atto, era capace di interrompere la scena per far dire nuovamente all’attore, la battuta errata. Era un vero capo indiscusso. Così ricordava Regina Bianchi, grande interprete di “Filumena Marturano”: “Non esisteva la democrazia e il regista era il capo indiscusso. D’altronde un conduttore di una compagnia privata dev’essere così, deve esistere un capo anche autoritario, altrimenti non funziona niente e gli attori vanno allo sbando.

«Sono episodi reali che appartengono alla vita quotidiana, alla storia alla tradizione del teatro, tanto che alcune delle cattive azioni che vengono attribuite a Eduardo hanno un nome preciso nel lessico teatrale della tradizione italiana. Per esempio, quando Eduardo ferma l’attore durante lo spettacolo, immaginate voi come si poteva sentire quel poveretto che non solo ha sbagliato la battuta, ma viene ripreso in pubblico e costretto a ridirla. Bene, questa situazione ha un nome: si chiama “sbiancamento”» (Maurizio Giammusso in “Eduardo De Filippo”).

Queste leggende nascono anche da una realtà di fondo: quando De Filippo realizzò le sue prime commedie importanti gli attori erano per la maggior parte degli analfabeti. Per tenerli a freno doveva essere duro, anche perché questi erano chiamati a interpretare testi importantissimi e non potevano capire la portata dei capolavori che mettevano in scena.

In questo libro, ricco di emozioni, di Italo Moscati le voci, i ricordi, gli attori, gli scrittori, i giornalisti, tutti, sono qui testimoni di un incontro che ha modificato in parte la loro conoscenza emotiva.

Grazie, Eduardo!

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