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Elisabetta Minen: il male è pronto ad insidiare ogni buona intenzione, anche se il numero 3 è sacro.

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L’uno ha generato il due, il due ha generato il tre e il tre tutte le creature:” La numerologia nel film “Trê–Sé–Shalosh”

                                             

Elisabetta Minen nasce e studia a Udine, dove si laurea nel 1994 in Conservazione dei Beni Culturali. Integra la sua formazione con approfondimenti nel campo del restauro, nella fotografia, nella grafica pubblicitaria che le torneranno indispensabili per la sua grande vocazione: il cinema. In ambito visivo, si forma come fotografa, operatore video, operatore di montaggio, proiezionista cinematografica. È stata segretaria di edizione nel film “Il Tierç Lion” di Manlio Roseano (2001). Nel ’98 fonda con altri soci Artemedia, con cui collabora per la progettazione e il coordinamento delle attività. In seno all’associazione culturale di Udine realizza, come regista e sceneggiatrice, alcuni video, e si affianca nelle riprese e nel montaggio a professionisti del settore. È dalla fine del 2005 che si cimenta nella produzione e nella scrittura del testo cinematografico. Nel 2008 si diploma al “Master di primo livello in Sceneggiatura” presso il DAMS di Gorizia, sede distaccata dell’Università degli Studi di Udine.

 

D – Elisabetta Minen, il Cinema e l’Associazione Culturale Artemedia di Udine?

 

R – Non ho una formazione “cinematografica” canonica: ho compiuto un percorso nello studio della storia dell’arte, del restauro e delle arti figurative moderne. Non ho frequentato scuole di cinema, se non conseguire un master in sceneggiatura al Dams di Gorizia. Vengo da diverse esperienze lavorative, fino all’ultima e più coinvolgente in seno all’Associazione Artemedia, che fondo nel ’98 assieme a un gruppo di amici. Organizziamo eventi, spettacoli teatrali, musicali, festival di tango, produzioni video… Ma soprattutto tanto tanto cinema. Mi avvicino al Cinema come pubblico appassionato e onnivoro… Mi piace anche molto l’aspetto tecnico… Guardo il cinema con occhio tecnico, la mia passione passa dalla macchina fotografica alla cinepresa. Mi diverto a spiare il film dalla finestrella della cabina di proiezione. Divento un tecnico proiezionista. Mi affascina terribilmente la materialità del prodotto cinematografico: la pellicola, il proiettore, l’avvolgitore, le bobine, la giuntrice… Da proiettare un film a decidere di farne uno il passo non è breve, è stato un autentico salto! Ma è stato naturale spostarsi dall’organizzazione di eventi all’organizzazione di un set cinematografico.

 

Trê–Sé–Shalosh” è il suo primo lungometraggio, da lei scritto e diretto, che lei stessa definisce “un disincanto poetico” dove “l’uno ha generato il due, il due ha generato il tre e il tre tutte le creature”. La collaborazione di Yassine Marco Marroccu le ha permesso di gestire sia le scene d’insieme del film sia il nutrito gruppo di attori che interpretano i seguenti ruoli e, nello specifico: Mehdi (Massimiliano Grazioli), iraniano e mussulmano, Pavel (Alberto Torquati), ucraino ed ebreo, ed Irene (Vivianne Treschow), carnica e cattolica cristiana. Intorno a loro, tre antagonisti: Monsignor Angelo, guida e quasi padre della ragazza, una donna misteriosa e diabolica (Chiara Pavoni), ed un vecchio cieco saggio (Werner Di Donato), guida e mentore dei tre ragazzi. Infine tre personaggi secondari: il novizio Edo, Omar, amico di Mehdi e un angelo che suona la tromba ai lati della strada.

Elisabetta Minen ha incaricato della supervisione artistica Ronald Kosturi e della fotografia Luca Coassin, mentre la colonna sonora si avvale della professionalità del M° Roberto Salvalaio.

Lo spettatore, fin dall’inizio, è catturato dalle immagini da sogno che introducono “Trê–Sé–Shalosh” e celebrano l’uomo; lo celebrano sul palcoscenico della vita, nella sua esistenza concreta, negli eventi della sua quotidianità, nelle vicende tanto sottili e segrete quanto la vita dell’uomo sulla terra, in ogni tempo ed in ogni luogo.

Per dar forma a questo insieme di conflitti e significati, il montaggio stesso sembra divenire emblema del disordine e della disarmonia. La narrazione atemporale, i passaggi repentini e la concentrazione dell’inquadratura sul dettaglio hanno riscontro nell’armonia delle note musicali, scelte con accuratezza. Nel racconto cinematografico, le riflessioni più consapevoli nascono dalle forme più intricate del caos, poiché è dal caos che è nato l’Uomo!

 

D – Il montaggio a volte segna il successo di un film: perché hai scelto questo tipo di montaggio che ricorda in qualche passaggio i film di Alejandro González Iñárritu?

R – La storia, e il montaggio del film, non sono lineari: il percorso è quello di un anello di Moebius, o dell’otto rovesciato del segno dell’infinito. La scena non si risolve in un’unica visione ma si propone in visioni differenti, anche solo in audio o solo in video, variando il punto di vista della macchina da presa e quindi del personaggio. Faccio un uso frequente di flashback e flashforward, stratagemma cui ho dovuto ricorrere più spesso rispetto a quanto era previsto nella scrittura originale, per ovviare a veri e propri errori derivanti da un piano di produzione alle volte sbagliato. Anche se a volte rischio di confondere lo spettatore, pongo l’attenzione su dettagli, nello specifico oggetti di scena, che aiutano a ricomporre la temporalità della storia; tuttavia, anche se lo spettatore non riuscisse a ricostruirne la linearità, poco importa, perché quello che comunque credo che passi sia una narrazione che pone l’accento sullo stato d’animo dei personaggi più che sulle vicende narrate. Sì, mi sono ispirata ad Alejandro González Iñárritu (21 grammi), e a Quentin Tarantino, naturalmente.

 

I tre protagonisti sembrano così diversi ma così simili nelle loro problematiche esistenziali che, a loro modo, si amano pur avendo difficoltà a concedersi veramente: ognuno infatti conserva un dolore che non riesce ad esprimere mentre intorno a loro si svolge l’eterna lotta tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Il libero arbitrio governa le scelte!

La storia si svolge nella città di Udine, una città che già per posizione geografica è esposta ad altre culture: il Friuli-Venezia-Giulia è infatti delimitata da tre confini, Italia, Austria e Slovenia.

Udine, città sentita ostile, raccoglie i dialoghi e le confidenze dei nostri tre protagonisti e di quelle storie ne fa un monologo unico di emozioni e di vite vissute.

 

D – Il film è girato a Udine la tua città, che definisci amata e odiata; per quale motivo?

 

R – Credo che ogni nativo combatta tra il desiderio di allontanarsi e quello di tornare nella propria città. Ogni strada di Udine è legata a un ricordo della mia infanzia o della mia giovinezza e dei miei cari. Sono una nostalgica! Al tempo stesso questa città mi sta stretta e mi impedisce di guardare lontano.

 

Il tre, numero chiave del film: tre sono i protagonisti, tre le religioni, nove (tre per tre) i personaggi. Trê–Sé–Shalosh è un film che parla di amore, ma anche di religione, immigrazione ed integrazione. È un film che va visto con molta attenzione, i simboli, i messaggi, gli oggetti, le azioni hanno tutti un rimando profondo, psicologico, panteista.

Irene, una ragazza cristiano cattolica, che viene dalla Carnia, si innamora di Pavel, ucraino, ebreo e clandestino come l’iraniano Mehdi, che vende rose nei locali. L’atmosfera però è fredda e poco accogliente; il male è pronto ad insidiare ogni buona intenzione ed il mistero è dietro l’angolo. Ed ecco prendere forma e significato la numerologia del film: “L’uno ha generato il due, il due ha generato il tre e il tre tutte le creature”: tre storie s’intrecciano, tre personaggi s’incontrano, tre sono i confini del Friuli. Tre, la trinità cristiana. Tre le religioni monoteiste! Sei le stelle di David, nove il volto di Dio per la cultura islamica. Nel film “Trê-Sé-Shalosh”, diretto da Elisabetta Minen e Yassine Marco Marroccu, si mischiano così i princìpi e le credenze di tre religioni differenti per dar vita ad una grande storia che affronta le conseguenze dell’immigrazione.

 

D – L’immigrazione è una delle tematiche del film; mi viene in mente al riguardo un altro film con la stessa tematica, “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismäki; una tua riflessione sul piano di lettura del film?

 

R – L’argomento immigrazione è sicuramente attuale e “urgente”, vista anche la recente frequenza con cui il tema si allaccia al cinema. L’incanto e il disincanto poetico si può considerare il sottotitolo di Trê – Sé – Shalosh, il dualismo, l’anacronismo e l’attualità sono anche materia comune con il film del grande cineasta. Con ciò non voglio paragonarmi al maestro Kaurismäki, ma tra tante produzioni che hanno trattato questo tema sicuramente questo piano di lettura ci accomuna.

 

Le figure emblematiche certamente non mancano nel film di Elisabetta Minen; tra queste predominano quella di monsignor Angelo, guida spirituale di Irene, che cerca di vivere nella luce del giusto e di consigliare la ragazza innamorata; e quella del vecchio, che nonostante la sua cecità riesce a vedere al di là delle apparenze reali e a penetrare dentro esse fino a coglierne l’essenza. Il male e il bene s’intrufolano nella realtà attraverso due personificazioni: la prima è quella dell’angelo del Nord, silenziosa, onirica e poco appariscente, la seconda quella della donna misteriosa, provocatrice e piena di insidie, interpretata magistralmente da Chiara Pavoni. È con loro, e con il valore che intrinsecamente rappresentano, che i protagonisti devono fare i conti.

L’atmosfera onirica viene ulteriormente valorizzata dalla suggestiva visione della vita, evidenziata dalle parole del vecchio cieco. Vista la portata simbolica del film, le scelte tecniche di narrazione seguono una via inevitabile dove la semplicità risulta banale; d’altronde la vita, qualsiasi essa sia, non è mai banale!

Tre persone sembrano prepararsi per l’ingresso alla vita, pronti per una narrazione che li unirà in un intenso canto umano composto dalle note simboliche che ne orchestrano la melodia, mentre la sonorità è ricca di suggestioni e messaggi subliminali.

Sembra di assistere ad una fiaba, dove la quotidianità mostra la sua tragicità psicologica! E come in un’opera di teatro, si materializzano in scena i personaggi, comprimari sostanziali di protagonisti sospesi.

Un vecchio cieco, dove i suoi occhi vedono meglio di chi guarda il sole. Il cieco parla in termini di “grandezza e misericordia, orgoglio e umiltà, come facce di una stessa medaglia”, come un cammino scandito dalla sofferenza e dalla speranza, un itinerario lacerato da lampi di luce e oscurità, come l’eterna domanda dell’uomo sulla verità e su dove questa possa essere trovata, dentro o fuori di un Credo che è sempre in stato di veglia.

Il vecchio, cieco negli occhi ma veggente delle sorti, non è consapevole a quanto prossimo sia ad un’oscurità ben peggiore di una vista malata e il suo sguardo sulla Speranza e Fede è preda di una sofferta controversia.

Mehdi si tormenta con fantasmi lontani e ostili e riflette su ciò che il vecchio saggio gli dice: “… libera il tuo senso di colpa che ti imprigiona in una struttura arcaica, riscattati da un destino che non ti appartiene…”. Pavel cade nella trappola tesa fra egoismo e presunzione di amore, ferendo Irene e la sua fiducia in lui: “…tu rendi infelice la sua anima e non hai il diritto di farlo! Che ne sai tu dell’amore?

Fiducia tradita, errore, contraddizione, incoerenza, ovunque dualismi e significazioni ambigue spiccano fra le righe di dialoghi sottili, emblematici ma che animano il racconto. Angeli e demoni, luci e ombre, fede e sospetto danzano come sogni eleganti e trasposizioni surreali nelle suggestive immagini di un film delicato e generoso che privilegia il respiro aperto della ricerca interiore e si fa cinema silenzioso e indagatore sull’individuo, la società che lo accoglie e la realtà da cui è nutrito. In chiusura, tre personaggi restano seduti sulle poltrone di una sala, sono vicine e nel buio assistono allo spettacolo della vita.

D – Un film pieno di simbolismi, che sembra più una prova d’autore che l’esordio di una regista; alcune tue riflessioni sulla realizzazione di “Trê–Sé–Shalosh”?

 

R – Artemedia è da sempre impegnata nell’organizzazione di proiezioni cinematografiche sia in sale cinematografiche che nelle

piazze. Quella di realizzare un film è stata prima una curiosità e poi una voglia irresistibile. Ci sono state persone che in seno all’Associazione hanno contribuito ad alimentare questa voglia. Mi ritengo fortunata di essere stata affiancata da autentici talenti come Luca Coassin, direttore della fotografia, Roberto Salvalaio, autore della colonna sonora, Ronald Kosturi, supervisore artistico. Tante persone, anche in modo inconsapevole, mi hanno ispirata o mi hanno supportata. A tutte queste un sentito grazie.

In un primo momento dovevo essere impegnata solo in veste di sceneggiatrice e con Artemedia di produttrice, poi ho finito con l’occuparmi anche di regia e di montaggio soprattutto. Per ciò che riguarda il simbolismo nel mio film debbo dire che la scrittura del film è stata attentamente pianificata. Volevo che tutti gli elementi che introducevo fossero pertinenti e coerenti con l’architettura del film. Ragionando sul tema del tre e dei suoi multipli, sono partita dalla definizione dei personaggi: ho costruito attorno a loro una griglia rigorosa che partendo dal nome affidava a ciascuno di essi un numero, una passione, un segno zodiacale, un verbo (credo, sento, penso, voglio, sono, possiedo, desidero), un elemento (acqua, terra, fuoco, aria), un’andatura (nervoso, bilioso, sanguigno), una corporatura, un piano dominante del volto (riflessivo-ideativo, emotivo-affettivo, psico-istintivo o di equilibrio tra le tre zone), un colore, un carattere e il riferimento all’Albero della Vita. Quindi ho studiato le relazioni tra i personaggi, attenendomi ai profili caratteriali e psicologici, e poi ho tracciato la storia. La griglia non è stata un vincolo restrittivo per la creatività, quanto piuttosto un supporto utile e un indirizzo per le azioni e le reazioni da far compiere ai vari personaggi.

D – Trê–Sé–Shalosh è un film scritto da te e dal forte sapore simbolista: a cosa si deve la tua scelta?

 

R – Trê–Sé–Shalosh è soprattutto un film di scrittura. Alla base c’è il desiderio di fare un film “sull’uguaglianza delle diversità”. Religione, razza, colore. Insieme il desiderio di fare un omaggio alla mia città, dare un volto a questa città sconosciuta al pubblico cinematografi co, raccontare una storia che appartiene al passato e al presente di questa città, Udine città di frontiera, da qui l’idea molto forte di trattare un tema così sentito come l’immigrazione clandestina, dai risvolti anche tragici.

Trattare questo tema in maniera non esclusiva perché è multisfaccettata anche la nostra esistenza, traslare poi l’argomento da un piano umano a uno “sovrumano” in cui entrano altri elementi surreali e metafisici (il film è un “patchwork movie” e assembla i generi mistery, drama, sentimental). Ricerche sì, ne ho fatte tante. Studi veri e propri non vorrei definirli quanto piuttosto letture appassionate di psicologia spirituale, enneagramma, numerologia, costellazioni familiari, fisioniomica, linguaggio gestuale… Riferimenti precisi alle 3 religioni monoteiste direttamente coinvolte perché appartenenti al credo dei 3 protagonisti, citazioni testuali dalla Bibbia e dal Corano o dalla Torah messe in bocca ai vari personaggi… Riferimenti filosofici e via dicendo. È un film di scrittura anche perché in fase di montaggio, a causa di “errori di continuità”, alcune scene non potevano essere montate come da sceneggiatura causa mutate condizioni atmosferiche… Ma anche veri e propri errori compiuti nel piano di produzione! Quindi il film è stato tutto riscritto, è stato il mio lavoro di tesi al master di sceneggiatura. Ho dovuto frammentare le scene, spezzare il tempo lineare, ricorrere al flashback e al flashforward, alla visione ripetuta di alcune scene. Questi stratagemmi mi hanno permesso di salvare il film in primo luogo e di farne dei leitmotiv. È un film che va visto e ascoltato con particolare attenzione: ci sono alcuni dettagli, nello specifico oggetti di scena, che aiutano a ricomporre la temporalità della storia; come detto il film non è montato secondo una linearità di tempo quanto piuttosto una circolarità, le scene seguono il percorso di un anello di Moebius, o dell’otto rovesciato del segno dell’infinito, la scena non si risolve in un’unica visione ma si propongono della stessa scena visioni differenti come differenti sono di punti di vista dei personaggi.

D – Ritengo che la musica che accompagna le immagini sia una colonna sonora perfetta per questo tuo film; alcune tue considerazioni?

 

R – Il M° Roberto Salvalaio è un socio di Artemedia, ci conosciamo da anni e collaboriamo spesso. Amico carissimo e musicista che apprezzo moltissimo. Dirige orchestre un po’ ovunque nel mondo. Si è lasciato coinvolgere con entusiasmo in questo progetto e quella di “Trê – Sé – Shalosh” è la sua prima esperienza nella composizione di colonne sonore per film.

 

D – Quali difficoltà incontra una giovane produzione come l’Associazione Culturale Artemedia di Udine?

 

R – Le difficoltà sono state tantissime: l’Associazione ha cercato il sostegno presso enti pubblici e sponsorizzazioni privati. Ma in tempi difficili e in luoghi così lontani da Roma, tutto quello che siamo riusciti ad ottenere non sono stati i soldi, quanto dei risparmi di spesa: dal sostegno più grande a quello più piccolo. La Videe di Pordenone ha messo a disposizione le videocamere, luci, carrelli, furgoni e molta attrezzatura professionale, le location sono state gratuite, i costumi ci sono stati prestati da una casa di moda Niù di Udine e da Canova dei Querini, abbiamo avuto il sostegno della lavasecco che ci ha pulito i costumi prima di restituirli, abbiamo avuto il catering gratuito fino a un bancale di bottigliette d’acqua per i 30 giorni di ripresa…

Cosa mi ha insegnato questa esperienza? Se veramente si vuole qualcosa, si può fare tutto, o quasi. Dipende poi dagli obiettivi che ognuno di noi si pone. Mi rendo conto di essermi posta un obiettivo ambizioso e nei limiti delle mie possibilità economiche ma anche di risorse umane sono riuscita a svolgerlo, credo, al meglio. Per contro: a non voler fortemente qualcosa quando ci si concretizzano tali e tante avversità.

 

D – Hai effettuato dei provini per scegliere gli attori?

 

R – Sì, per il cast abbiamo organizzato dei provini. Con questo film non solo per il cast ma anche per i ruoli tecnici, c’era la volontà di renderlo un prodotto “autoctono”. Oltre a me sono friulani gli attori Werner Di Donato (il cieco), Alberto Torquati (Pavel) e perché usciti dall’ Accademia Nico Pepe di Udine come Massimiliano Grazioli (Mehdi).

Il direttore della fotografia, Luca Coassin è friulano e volevo che vedesse Udine un occhio che la conosceva bene oltre al mio; per le musiche siamo andati poco lontano (Salvalaio è veneto, comunque ha in parte origini friulane); il tecnico del suono, Leo Kopacin Gementi è di Udine, Paolo Antonio Simioni, Paolo Fagiolo e Giuliana Musso che hanno doppiato rispettivamente Pavel, Mons. Angelo e Irene, sono di Udine; quasi tutte le maestranze sono friulane… Al tempo stesso forte internazionalità: Ronald Kosturi, il supervisore artistico, era albanese ma vissuto per molti anni in Germania e a lui ho dedicato il film come segno di gratitudine, l’attrice Vivianne Treschow è svedese, Yassine Marroccu è italo-marocchino, Enrique Bartels costaricano, l’angelo del nord Alejandro Paituin Flocco è di origini colombiane… Molte comparse poi di tutte le nazionalità.

 

D – Quali sono i tuoi progetti futuri?

 

R – Senz’altro portare a termine questo progetto e per portarlo a termine intendo riuscire a trovare una distribuzione se non cinematografica, homevideo o comunque che questo film riesca a farsi vedere dal più ampio pubblico possibile e a far parlare di sé. Se alla fine dovessimo rientrare dalle spese, non escludo che potremmo avventurarci in una nuova produzione.

Senz’altro continuare nelle produzioni video come stiamo facendo, videoclip, video di eventi di spettacolo… Realizzare cortometraggi e spot pubblicitari.

 

Giuseppe Lorin per www.clicknews.altervista.org

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