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Emile Edang, la poesia dell’Africa

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Emile Edang è nato in Camerun, vive in Italia dal 2009. Studia Comunicazione Turistica e dell’Impresa all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. Fin da bambino, si è sempre sentito poeta nell’anima, ascoltando spesso il grido solitario del vento o contemplando, nei pomeriggi silenziosi, le forme strane disegnate dalle nuvole. Il passo decisivo però si compie una decina d’anni fa, in un particolare momento difficile della sua  adolescenza. Da allora la Poesia è diventata una necessità a cui non può rinunciare.

 

D- Il tuo essere Poeta, da cosa è nato? Cos’è che ami di più nello scrivere?

 

EE- Credo di essere sempre stato un poeta nell’anima. Già da bambino infatti, mi sorprendevo spesso a osservare forme strane disegnate dalle nuvole, oppure ad ascoltare il vento vagare tra le foglie degli alberi e i canti sparsi degli uccelli. Non si trattava di qualcosa di casuale, ma di un bisogno che il mio mondo interiore seguiva come una preda, davanti al richiamo feroce e irresistibile della natura.
Per me la scrittura o almeno la poesia è prima di tutto ritmo. Sarà perché vengo da una terra in cui ritmare, ballare e cantare sono la stessa cosa…a me piace di più una poesia che fa cantare, ballare, cadenzare le parole. È per questo che trovo l’aspetto estetico molto importante, anzi essenziale per ogni opera poetica. Per me la particolarità della poesia non è ciò che dice, ma come lo dice.

 

D- Ho avuto modo di leggere alcune tue poesie, mi ha colpito particolarmente “Le ténébreux”, ci racconti quando e dove l’hai creata?

 

EE- “Le ténébreux” credo di averla scritta all’inizio del 2010, quindi è abbastanza recente. Purtroppo ho perso il manoscritto originale del testo durante un trasloco. Comunque è qua in Italia che l’ho scritta. E a dire il vero sono stato molto influenzato da “El Desdichado” di Gerard de Nerval, nella scelta del titolo, ma tutto si ferma lì. La mia poesia infatti analizza il tema del tenebroso sotto un’altra prospettiva che non ha nulla a che fare con il lutto come lo fa Nerval. Anzi, è soprattutto per combattere questa visione a volte troppo negativa di tutto ciò che è nero, scuro, tenebroso nella cultura occidentale che ho voluto mettere in risalto l’altro lato misterioso, sconosciuto dell’essere tenebroso, che non è per forza buono o cattivo, ma semplicemente la nostra parte inconscia, che ognuno deve scoprire ogni giorno, per essere se stesso. È per questo che il lettore che leggerà questo testo, non troverà nessuna allusione al bene o al male, oppure al colore della pelle o all’origine etnica,  ma semplicemente è un invito permanente a scoprire il proprio mondo interiore.

 

D- Quali sono i poeti che più ti hanno ispirato nel tuo percorso di scrittura in versi?

 

EE- Sinceramente non sono uno che “divora” libri. Ma tra i pochi poeti che ho letto, mi hanno particolarmente colpito Victor Hugo, Lamartine, e il padre Engelbert Mveng. Ovviamente nutro una grande passione per tutti i poeti detti dei tempi moderni ovvero “poeti di strada” che fanno nel rap ( il rap autentico e impegnato) o nello slam.

 
D- Le tue origini, l’amore per l’Africa quanto hanno influenzato il tuo poetare?

 

EE- La mia poesia è un’anima africana che vaga oltre confine. Uno dei tanti pezzi del corpo africano sparsi nel mondo. Le mie origini africane hanno avuto un’influenza decisiva nel mio poetare, visto che è in Africa che sono nato e cresciuto. È lì che ho avuto le mie prime esperienze, il mio primo contatto col mondo, è lì che si è formata la mia personalità nel bene e nel male. Quindi, tutto questo non può che trasparire nei miei testi. Ma devo confessare che è stato il mio essere immigrato africano in Italia a riaccendere in un modo più decisivo il mio amore per il continente nero.

 
D- “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”, quanto di vero c’è in questa espressione di Antoine de Saint-Exupéry?

 

EE- Credo che questo pensiero tocca in pieno uno dei problemi del mondo attuale dominato dalla cultura e dal culto dell’immagine, soprattutto in occidente. Meno male che noi poeti abbiamo capito che c’è un altro senso più importante della vista! Però io non direi come Saint-Exupéry che solo il cuore possa vedere bene, perché sappiamo tutti quanto il cuore a volte può essere cieco, specie se appassionato (gli innamorati ne sanno qualcosa quando finisce la bella favola!). Detto questo, è chiaro che oggi, abbiamo bisogno di aprire gli occhi del cuore, di andare oltre i soliti pregiudizi, le idee ricevute, le apparenze,  per scoprire quanta ricchezza si nasconde nelle cose e nelle persone.

 

D-Cos’è per te la Poesia?

EE- Prima dell’inizio, il mondo non esisteva. C’era solo il caos primitivo. È stato il verbo, cioè il linguaggio primordiale, la poesia, a dare una forma, una rappresentazione simbolica, un senso alla realtà.
Per me dunque la poesia essendo verbo creatore non si può definire, è piuttosto lei a definirci.

 
D- Sogni e progetti per il futuro.

 

EE- Per il momento devo finire gli esami e laurearmi. Conto di farlo prima di febbraio. Dopo vado alla conquista del lavoro, anche se oggi è piuttosto perla rara, ma il mondo appartiene ai sognatori.
Naturalmente scrivere è sempre al centro dei miei progetti e non ho mai perso di vista la possibilità se me la offre qualcuno di pubblicare la mia prima raccolta di poesia.

 

Michela Zanarella

 

 


 

 

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