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ISABELLA MORRA, IL FALCO FUGGITO DAL SUO FALCONIERE

Maniero di Isabella Morra

La scrittura «migrante», al femminile, come grido di solitudine

Una domenica d’agosto del 2012, attraversammo, con un pullman di linea, la Valle del Sinni, tra la Basilicata e la Calabria, alla volta di Rocca Imperiale, in provincia di Cosenza, conosciuta ormai, grazie all’iniziativa di un divulgatore della cultura, Giuseppe Aletti, come il Paese della Poesia: lì le vetuste mura che conducono all’imponente Castello Svevo voluto da Federico II, l’imperatore che dà il nome al concorso di poesia “Il Federiciano”, hanno incastonate tra le pietre le stele di ceramica maiolicata con incise le poesie di Lawrence Ferlinghetti, Dacia Maraini, Alda Merini, Mario Luzi, Manlio Sgalambro, Maria Luisa Spaziani; animi poetici che affiancano i nuovi giovani poeti del terzo millennio.

I silenzi di quelle terre a volte riarse dalla calura estiva, la trasparenza turchina del cielo turbata dal volo concentrico di sparuti falchi e le acque torbide racchiuse a formare un lago per una grande diga, hanno fatto sì che mi riaffiorassero alla memoria alcuni passi di un sonetto di Isabella Morra, che ha abitato in quelle terre: «Torbido Siri, del mio mal superbo / or ch’io sento da presso il fine amaro, / fa’ tu noto il mio duolo al padre caro, / se mai qui’l torna il suo destino acerbo».

Ritratto a sanguigna di Isabella MorraSi sta parlando della prima metà del XVI secolo, quando gli scontri tra eserciti francesi e spagnoli, per la supremazia su alcuni feudi normanni o svevi, fecero sì che Giovanni Michele, barone di Morra del feudo normanno di Favale, padre della giovane Isabella, subisse un processo. Era entrato in conflitto con il principe Ferrante Sanseverino di Salerno, suo lontano parente, strapotente nel proprio Stato, il quale, fautore degli spagnoli, ebbe a lagnarsi dei Morra, perché avevano invaso con gli animali da pascolo alcune terre della castellanìa e maltrattato alcuni suoi ministri. Certamente fu un pretesto per andare contro i fautori dei francesi (i Morra, appunto) e ben sembrare agli occhi del responsabile della guarnigione spagnola. Per questa ragione il padre di Isabella Morra fu costretto a rifugiarsi, dall’agosto del 1528, prima a Roma e poi a Parigi, sottraendosi così al processo intentato nei suoi confronti. Nei feudi della Lucania e della Calabria, arrivavano le notizie, spesso erronee o travisate, delle guerre tra Francesi e Spagnoli per il predominio in Italia, con scontri, alleanze, accordi, intese non durature che costringevano il popolo ad un disagevole clima di sospetto e di tensione.

Arrivò anche la notizia della morte del re di Francia, Francesco I, che segnò la fine per Isabella ed i suoi familiari di ogni speranza di ritorno del padre, ormai esule in quella terra. Il padre di Isabella Morra era partigiano dei Francesi, legato al visconte di Lautrec, sostenitore delle idee del re di Francia Francesco I. Il barone Morra era uno storico colto, raffinato e di animo gentile, aveva in serbo la Poesia seguendo lo stile del Petrarca. Era un solido punto di riferimento culturale per la giovane Isabella, assetata di conoscenza dei classici greci e latini, che ricorreva al padre per le prime correzioni poetiche e da lui coglieva le lodi e gli incoraggiamenti a proseguire la strada della poesia.

Lasciando la sua terra sul fiume Siri (oggi, Sinni) in Lucania, fu costretto a separarsi dalla sua famiglia, dalla moglie Luisa, dai suoi figli e dall’adorata Isabella, che era ancora bambina, non prima d’aver scelto e confermato il precettore giusto per una adeguata formazione culturale ed educativa: il curato di San Fabiano, cappella del castello.

I precettori costituivano, in quei tempi, uno dei tramiti più importanti per la diffusione della cultura e delle idee. In quest’ambiente Isabella Morra poté usufruire di una educazione che solo un’aristocratica poteva permettersi. Infatti la cultura e la letteratura italiana erano state, e sarebbero rimaste ancora a lungo, patrimonio della classe benestante. Le altre donne, quelle del popolo, potevano emergere solo se protette. Questo spiega perché le poetesse del Cinquecento o furono nobili o «cortigiane», come Veronica Franco, meretrice e scrittora.

Ecco i versi della prima delle tre canzoni che, con i dieci sonetti, costituiscono il Canzoniere di Isabella Morra, dove si legge, in toni autobiografici, il consuntivo di un’esistenza dolorosa che ci riporta, sin dai primi versi, alle Ricordanze di Giacomo Leopardi: «Poscia, che al bel desir troncate hai l’ale, / che nel mio cuor sorgea, crudel Fortuna, / sì che d’ogni suo ben vivo digiuna, / dirò, con questo stil ruvido e frale, / causato sol da te, fra questi dumi, / fra questi aspri costumi / di gente irrazional, priva d’ingegno, / ove, senza sostegno, / son costretta a menare il viver mio, / qui posta da ciascun in cieco oblio».

Valsini castello MorraIl feudo di Favale, spettante ai baroni di Morra fin dall’epoca normanna, fu alienato per alcuni anni passando alla Corona di Spagna, ma, dopo varie trattative legali, il feudo tornò ai baroni di Morra e fu affidato al primogenito Marcantonio.

Sola ed isolata dal mondo, Isabella finì con l’idealizzare la figura del padre che, dopo la restituzione del feudo a Marcantonio, preferì comunque rimanere alla corte di Francia e continuare a scrivere versi e a gareggiare nei certami accademici.

La giovane, ignorando tale decisione paterna, ritiene, quindi, la Fortuna unica responsabile di quanto accaduto a lei e alla sua famiglia:

«Fortuna che sollevi in alto stato / ogni depresso ingegno, ogni vil core, / or fai che il mio in lagrime e in dolore / viva più ch’altro afflitto e sconsolato».

Isabella, nata a Favale (l’odierna Valsinni) nella primavera del 1520 e qui uccisa nell’inverno del 1548, era la terza degli otto figli di Giovanni Michele barone di Morra e di Luisa Brancaccio. Gli altri figli erano Marcantonio, Scipione, Decio, Cesare, Fabio, Camillo che nacque nel 1528 e Porzia, la più piccola. A Favale rimase la moglie con sette degli otto figli, compresa la giovane Isabella che spesso invocò il padre nelle sue Rime, considerandolo l’unico in grado di capirla e aiutarla ad uscire dalla segregazione psicologica imposta in quella «fortezza» militare.

La giovane Isabella aveva studiato e imparato a memoria il Canzoniere di Francesco Petrarca, il libro delle poesie d’amore per Laura; si paragona allo spirito di Francesco e ama, platonicamente, chi le viene presentato su consiglio del precettore: il poeta spagnolo Don Diego Sandoval de Castro, barone di Bollita (oggi, Nova Siri) e prefetto di Taranto, sposato con la principessa Antonia Caracciolo, un’amica di famiglia. Isabella aveva compiuto da poco ventitré anni!

Don Diego, bello, giovane e affascinante, colto nel parlare e nello scrivere, aveva già una certa fama e nel 1542 aveva pubblicato a Roma un volumetto di 48 poesie, dal quale però si ricava ben poco sulla sua biografia. Don Diego è costretto a frenare gli impeti adolescenziali, gli slanci emotivi di Isabella poiché lui, sposato e con prole, non avrebbe potuto incrinare la sua vita familiare. Quest’analisi psicologica della personalità è stata «costruita» sulla base di un’attenta lettura delle poesie dedicate, più o meno esplicitamente, a Diego da Isabella durante i loro pochi anni di amore «platonico». Il comportamento «maschile» ma rifiutante di Diego porta la giovane donna ad una insicurezza limite che ha il culmine quando le presenta, per via epistolare, Luigi Alamanni, poeta di Firenze, come se la volesse cedere a lui. Più precisamente, l’amore di Isabella inizia ad oscillare regolarmente, tra estasi, disperazione psicologica e sofferenza fisica, ma la sua ispirazione resta comunque sempre positiva e la conduce quindi a scrivere senza interruzione. E qui viene il dubbio dei suoi solo tredici componimenti. Dove sono tutti gli altri? Dispersi? Compromettenti per il casato? Censura religiosa e politica? Addirittura poesie bollate col segreto di Stato? Non si potrebbero fare delle ricerche negli archivi storici lucani, calabresi, napoletani, romani, che ancora conservano incartamenti e pergamene dell’epoca? La Biblioteca Vallicelliana, l’Archivio Storico di Stato, è una sorgente inesauribile!

Diego invece, pur fluttuando nei suoi sentimenti, è comunque apparentemente «cauto» e a volte «contrario» agli slanci di Isabella: «Quella ch’è detta la fiorita etade, / secca ed oscura, solitaria ed erma / tutta ho passato qui cieca ed inferma, / senza saper mai pregio di beltade. / Qui non provo di donna il proprio stato / per te, che posta m’hai in sì ria sorte / che dolce vita mi saria la morte».

Ed è proprio l’ingresso di tre fratelli di Isabella – Decio, Cesare e Fabio – in questa platonica fluttuante liaison culturel amoureuse, che porterà inevitabilmente alla tragedia. I tre uccisero per primo il precettore (che li aveva aiutati a leggere la corrispondenza tra Isabella e Diego), poi Isabella, temendo che la sorella rivelasse il delitto. Pochi mesi più tardi, in un agguato nel bosco fitto di Noepoli, anche Diego Sandoval de Castro troverà la morte; era il 1548. I tre fratelli diventati assassini (forse per timore che il loro patrimonio ma soprattutto quello di Isabella, la prediletta dal loro genitore, passasse in qualche modo nelle borse dello spagnolo Diego Sandoval de Castro, o forse per l’onta subita da tutto il casato, ampliata dai pettegolezzi del volgo) fuggirono in Francia. È anche vero che, nel codice d’onore del XVI secolo, era ammissibile lavare col sangue il disonore arrecato alla famiglia da uno dei suoi membri, specie se donna. Ma quale «disonore» avrebbe potuto arrecare alla sua nobile famiglia la giovane poetessa, nel ricevere lettere, scritte da Diego, a nome della moglie Antonia principessa Caracciolo? La stessa Antonia Caracciolo sapeva delle lettere scambiate tra Isabella e il marito, e sostenne, con il procuratore del re, che esse erano solo una trasmissione di sonetti e poesie e che aveva concesso l’uso del suo nome perché conosceva la grettezza dei fratelli. Quindi nessun amore illecito!

Gli storici hanno così supposto che Isabella e Antonia Caracciolo si conoscessero già prima dell’inizio dello scambio epistolare e che era così diventata un’amica delle sorelle Morra, Porzia e Isabella, e della loro madre Luisa Brancaccio. Perdute (?) invece restano le risposte di Isabella a Diego.

Sulla modalità dell’uccisione di Isabella ci sono versioni contrastanti: gli elisabettiani ipotizzano che fu picchiata a morte, mentre altre fonti italiane indicano che fu pugnalata ed il corpo murato nell’avito castello normanno o sepolto nel più profondo bosco. Alla morte della poetessa, Don Diego, temendo per la sua vita, si munì invano di una scorta, ma i tre assassini con l’aiuto di due zii, Cornelio e Baldassino, gli tesero l’agguato mortale nel bosco.

Castello della famiglia Morra, Valsinni, MateraL’assassinio di Don Diego de Sandoval provocò, all’epoca, reazioni diplomatiche di deplorazione molto più ampie che non l’uccisione di Isabella: la Francia e la Spagna erano sullo scacchiere territoriale Lucano-Calabrese-Campano-Pugliese!

Ciò che non era ammissibile era il coinvolgimento di persone terze nella risoluzione di un contenzioso, mediante duello e uccisione, a tradimento, di un superiore in rango. Per questi motivi, i tre fratelli furono costretti a lasciare il Reame di Napoli per fuggire in Francia, dove raggiunsero il loro fratello Scipione e il padre, che mancava da casa ormai da venti anni. Scipione Morra, sebbene fosse affranto per la morte della sorella, decise ugualmente di aiutare i fratelli: grazie all’appoggio della Regina di Francia Caterina de’ Medici, ottenne per il fratello Decio, che si era fatto frate nella provincia di Limoges, l’Abbazia vescovile degli Agostiniani detta Beneventana, col reddito annuo di quattromilaquattrocento scudi d’oro; fece sposare il fratello Cesare con la gentildonna Gabriella Falcori, che portò in dote il castello di Ciamora presso quell’Abbazia. Tuttavia, i cortigiani, invidiosi di tanto favore di Scipione Morra presso la Regina, lo avvelenarono «del che Caterina de’ Medici fortemente si sdegnò e si volse a punire i colpevoli». Marcantonio, il figlio di Camillo, soggiunge che Decio e Cesare Morra erano ancora vivi nel 1600; che Cesare ebbe tre figli: Orazio che, tornato in Italia, passò parecchi giorni a Favale, conoscendo così Marcantonio, Carlo ed una sorella di nome Goffreda. Quanto al fratello primogenito d’Isabella, Marcantonio, fu accusato dell’eccidio del precettore, della sorella e di Don Diego e incarcerato; tuttavia, dopo lunga prigionia venne relegato a Taranto; infine, liberato, se ne poté ritornare al castello e rientrare nei suoi beni sposando Verdella Capece Galeota, dalla quale ebbe sette figli. Morì nel 1561.

Di Fabio Morra non si hanno notizie certe, dopo il suo arrivo in Francia: si suppone che venne ucciso in un alterco chiarificatore tra fratelli mentre altre fonti insinuano un matrimonio di convenienza con una fanciulla francese somigliante alla sorella; Decio si fece prete, non sperdendo così il patrimonio familiare; Porzia, in età matura, fu sposata ad un avvocato di nome Fabio Bucino. Camillo, l’ultimogenito, fu invece completamente assolto dall’accusa di complicità nel delitto ed ereditò l’intero patrimonio dei Morra, si sposò ed ebbe dei figli, tra cui Marcantonio, colui che ha fatto venire alla luce la storia di Isabella Morra. Marcantonio, infatti, scrisse la Familiae Nobilissimae De Morra istoria: la storia ufficiale e completa della famiglia, e nel 1629 venne pubblicata a Napoli.

I pochi versi che qui di seguito propongo si presentano nella struttura classica del sonetto, e sono considerati il prologo al breve Canzoniere della Morra, anche se il contenuto rispecchia una riflessione piuttosto matura e sofferta sulla vita e sul destino della giovane poetessa. Vi si avverte un sogno di libertà che può realizzarsi solo come evasione dalle sue «vili ed orride contrade», veri limiti che la costringono a vivere «senza loda alcuna»: «I fieri assalti di crudel Fortuna /scrivo, piangendo la mia verde etade, / me che in sì vili ed orride contrade / spendo il tempo senza lode alcuna».

Pochissimi anni dopo la morte di Isabella, qualche sua poesia apparve nel terzo libro di Ludovico Dolce, che raccoglieva le Rime di diversi illustri signori napolitani (Venezia, Giolito, 1552). Lo struggente canzoniere poetico di Isabella, fatto solo di dieci sonetti e tre canzoni, venne pubblicato parzialmente per la prima volta nel 1556 e integralmente da Ludovico Dominichini nel volume Rime diverse d’alcune nobilissime et virtuosissime donne editato a Lucca nel 1559, rendendole fama di più grande poetessa d’amore del Rinascimento italiano per originalità e schiettezza dei sentimenti.

La poesia di Isabella Morra fu riscoperta il secolo scorso da Angelo De Gubernatis nel 1901, con una conferenza tenuta nel Circolo Filologico di Bologna, poi pubblicata nel 1907.

Si interessò a lei anche Benedetto Croce che nel 1920 si recò a Valsinni alla ricerca di notizie più dettagliate sulla sfortunata poetessa e nel 1928 pubblicò il saggio Storia di Isabella Morra e Diego Sandoval De Castro.

Fu proprio l’interesse di Benedetto Croce che indusse gli archeologi, gli antropologi e i paleontologi ad effettuare scavi alla ricerca delle spoglie della giovane donna, in particolar modo sotto la chiesa, ai piedi del castello, tralasciando il bosco, senza, tuttavia, ottenere risultati. Ancora oggi non si conosce dove sia ubicato il corpo d’Isabella, anche se si sospetta che venne murato nelle segrete del castello, che dal 1921 è di proprietà della famiglia Rinaldi. Nuove e più approfondite ricognizioni potrebbero far luce sulla faccenda.

L’interesse attorno alla figura e all’opera di Isabella Morra si è accresciuto nel corso dei cinque secoli che ci separano dalla sua morte, nonostante la produzione poetica pervenutaci sia esigua. È generalmente assodato che i tredici testi giunti fino a noi fossero stati scoperti dagli ufficiali del Viceré Don Pedro di Toledo, durante l’indagine che seguì l’uccisione di Don Diego de Sandoval, quando il Castello di Valsinni fu perquisito alla ricerca del corpo e degli scritti di Isabella che avrebbero potuto forse infangare la reputazione postmortem di Don Diego de Sandoval e dell’intero avamposto spagnolo. Nei due secoli passati, la tragica esistenza di Isabella colpì a tal punto l’immaginazione dei critici tanto da oscurarne e travisarne la poetica, in parte a causa della natura strettamente personale e intima dei suoi versi, che ha incoraggiato l’indagine della sua arte in relazione agli eventi della sua tragica esistenza. La poetica di Isabella fu incoraggiata dall’insegnamento paterno della metrica del Petrarca che prevede sonetti, canzoni, sestine, madrigali. Fu poi invasa dal Petrarchismo, corrente letteraria il cui iniziatore fu Pietro Bembo, ma i versi di Isabella Morra dispiegano un’originalità inusitata ai poeti petrarchisti, poiché la sua poesia include influenze della poetica di Dante Alighieri e dei classici della letteratura italiana, non ultimi Cielo d’Alcamo e Jacopone da Todi, come si evince dalle canzoni a Cristo e alla Vergine.

Qualche critico cita Isabella come precorritrice delle tematiche esistenziali che ricorreranno nelle liriche di Giacomo Leopardi, nel forte e sempre intenso riflesso dei propri stati d’animo in aspetti consimili del paesaggio, inclusa la descrizione del natio borgo selvaggio e dell’invettiva alla crudel fortuna. Aveva già letto il Leopardi della Morra? Sappiamo che lui passava giornate intere nella fornitissima biblioteca del padre, il conte Monaldo. Le sue poesie testimoniano, oltre alla raffinatissima cultura, un’indole appassionata e melanconica.

Il personaggio Isabella Morra e la sua espressione poetica vanno interpretati senza tralasciare l’analisi del periodo storico nel quale ha preso forma il rinascimento italiano nel sud d’Italia.

Isabella-Morra[1]La poesia di Isabella Morra va ricercata non tra la forma espressiva elegiaca o pastorale, ma nella forma classica del dramma conflittuale ricco di pathos e di passioni che portano inevitabilmente alla tragedia, passando per l’esaltazione religiosa prima della fine. È per questo che il suo verso si distingue dalle poetesse del Cinquecento che amavano la moda «petrarchesca» del rinascimento, e si distingue soprattutto per la sua vita di isolamento psicologico, lontano da chi l’avrebbe potuta ascoltare e guidare con amore paterno. Alla mancanza assoluta di un confronto con qualcuno con cui parlare di cultura, scambiare idee, agli svantaggi derivanti dall’ambiente piccolo e povero di stimoli, si dovevano aggiungere quelli che scaturivano dal mancato rapporto con la gente comune per l’inesistenza, pressoché assoluta, di relazioni minime. Sola, fin da quando aveva otto anni, in quel maniero sinistro e militare, sotto la tutela dei fratelli rozzi, gretti e selvatici che la detestavano, ebbe come unico conforto la lettura dei classici, la composizione di poesie, l’osservare l’orizzonte, il cielo, il volo libero dei falchi dalla torre più alta del maniero, ed il fantasticare intorno ai miti greci e latini con il curato del castello.

Tutto questo fece sì che Diego Sandoval de Castro, appresa dal curato precettore la triste condizione della giovane, per alleviare le sue pene le inviasse lettere e componimenti poetici avvalendosi del nome della moglie consenziente.

Diego rappresentava il letterato che poteva capirla, che poteva ascoltarla, che poteva afferrare la portata dei sentimenti che altri non avrebbero capito e, al tempo stesso, era anche colui che poteva far uscire la sua poesia dal piccolo borgo antico.

Isabella Morra trova l’unica via d’uscita all’isolamento nella poesia, in cui è evidente la forte «impronta» dell’opera di Francesco Petrarca specialmente nella metrica laudativa, nella trattazione di alcune parole tematiche, nell’assunzione di talune immagini, ma è anche evidente, in altri momenti, lo sforzo cosciente della poetessa di infrangere il codice petrarchesco con soluzioni stilistiche e, più frequentemente, tonali, più personali ed originali.

Isabella Morra è da considerarsi una voce personale, unica, che esce dal coro delle poetesse puramente scolastiche, o accademiche del movimento che porta il nome del grande poeta. È nella sofferenza che lei vive un’esperienza vera che trabocca nei suoi versi. Al centro delle sue rime vi è sempre l’amore, sentimento spesso accompagnato dal suo lamento interiore, relegata tra le mura di un castello che la costringe alla solitudine: «…fra questi aspri costumi di gente irrazionale, priva d’ingegno…».

Si nota nella poesia di Isabella Morra la ricerca della parola giusta che arricchisce il linguaggio poetico in un processo di crescita e di evoluzione e maturazione della cultura poetico-letteraria con una evidente attenzione alle istanze morali. Il suo Canzoniere costituisce un documento unico per la poesia italiana del Cinquecento, e testimonia la presenza culturale della donna, che pur avendo vissuto isolata dal contesto sociale e culturale dell’epoca, a differenza di altre poetesse sue contemporanee, è degna di brillare più di Veronica Gambara, Veronica Franco, Vittoria Colonna, Tullia d’Aragona. E più di Gaspara Stampa che, pur essendo la più grande poetessa petrarchista del ’500, non raggiunse mai l’autenticità istintiva originale dei sentimenti tipica di Isabella Morra. Il dramma che vive Isabella Morra è del tutto personale, non appartiene al repertorio convenzionale che ricalca il canzoniere amoroso di Gaspara Stampa, e neppure a quello di Vittoria Colonna o delle altre poetesse.

Il breve canzoniere di Isabella Morra ha un timbro che esprime tutto il suo dramma umano, tutta la sua intima, personale sofferenza, che non ha nulla di retorico o di scolastico, e che trascende la retorica e la scuola. È una tragica vicenda umana, autenticamente vissuta, che si riflette nella poesia.

Suo unico conforto in tanta immensa solitudine, oltre alla poesia, è la fede sincera in Dio: “…e nel solare e glorioso lembo / de la madre, del padre e del suo Dio / spero vedermi anch’io / sgombrata tutta del terrestre nembo, / e fra l’alme beate / ogni mio bel pensier riporle in grembo.

Saggio di Giuseppe Lorin già pubblicato nella rivista ORIZZONTI n° 42, Aletti Edizioni – per Sua gentile concessione –

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