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Quello stile essenziale riporta alla mente gli spettacoli di Luca Ronconi o gli allestimenti teatrali dell’indimenticabile Giorgio Strehler; con la messa in scena, al Teatro Vittoria di Roma, nell’antico quartiere testaccio, di un classico del teatro goldoniano “La bottega del caffè”, Luca Bargagna si conferma degno erede della tradizione elegante e culturale del teatro italiano.

Luca Bargagna dopo la laurea in Lettere Classiche presso il dipartimento di Filologia Greca e Latina della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi “La Sapienza” di Roma, con la tesi: ”Dall’epica al teatro: progetto per una drammaturgia virgiliana”, viene ammesso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico dove frequenterà il corso di Regia affinando così le sue teorie della messa in scena con alcuni maestri della regia teatrale quali Luca Ronconi, Eimuntas Nekrosius, Nikolaj Karpov, Giuseppe Rocca, Lorenzo Salveti, Walter Pagliaro, Michele Placido, ed altri.

Nell’allestimento “La bottega del caffè”, Luca Bargagna fa, ad apertura spettacolo, ricorso alla settima arte, il Cinema, con la proiezione di un canal di Venezia, attraversato lentamente da antiche gondole; ciò semplifica l’apparato scenografico e riduce all’essenziale l’esposizione del ‘700, rendendo attuale le problematiche quotidiane.

Immagino che il lettore voglia ricordare quali siano le arti che precedono la settima arte, ed eccole qui in ordine:

1.Architettura; arte primitiva per antonomasia, ossia l’arte dell’uomo di costruirsi un riparo.

2.Musica; arte primigenia, all’inizio solo composta di voce e percussioni.

3.Pittura; declinazione dell’Architettura.

4.Scultura; ulteriore declinazione dell’Architettura.

5.Poesia; declinazione della Musica.

6.Danza; ulteriore declinazione della Musica.

7.Cinema; è la nuova arte che concilia tutte le altre ed è per questa nomenclatura chiamata “settima arte”.

Il Teatro Vittoria deve l’apertura verso le nuove leve teatrali grazie alla rassegna “Salviamo i talenti – Premio Attilio Corsini 2011” e “La Bottega del caffè”, considerata una delle più riuscite fra le sedici commedie nuove di Carlo Goldoni, è un testo affrontato da Luca Bargagna, nuova leva della regia teatrale, in una interpretazione divertente e fulminante, raffinata e fortemente critica, che evidenzia come i grandi classici, siano capaci di proporre una lettura attuale del mondo odierno. Dietro la cornice settecentesca e dietro una lingua profondamente teatrale e stratificata, si nascondo infatti personaggi non così lontani da noi, a cui la società impone una serie di piccole e grandi ipocrisie realizzando così una divertita critica dell’ambiguità del sentire umano.

La bottega del caffè”, nella realizzazione teatrale di Luca Bargagna, è una commedia corale, come nelle sue note di regia si apprende, dove il protagonista assoluto è la piazza, spazio pubblico che diviene luogo privato in cui le relazioni e le debolezze sono insistentemente esibite e spiate sino all’esasperazione. Sfruttando una sapiente organizzazione della scena, giocata sulla contrapposizione fra l’esterno della piazza – spazio della convivialità sociale – e l’interno delle case – spazio dell’intimo e del vizio – la costruzione drammaturgica crea l’illusione che gli eventi capitino per caso sotto gli occhi degli spettatori che vengono così costretti al ruolo di voyeur, esattamente la stessa parte che interpretano i personaggi della commedia. Anche se non manca chi interpreta ciò che vede attraverso lenti distorte. Si tratta ovviamente del pettegolo da bar che riportando a modo suo gli avvenimenti di cui è testimone creerà una serie di contrasti e dissidi tra i frequentatori della piazza e che solo la sua cacciata porterà ad un’apparente rinnovata armonia.

Proseguendo un impegno che va avanti da anni, il Teatro Vittoria continua a dare spazio, all’interno della sua programmazione, allo spettacolo vincitore della rassegna “Salviamo i talenti – Premio Attilio Corsini” che promuove progetti teatrali di grande qualità i cui protagonisti sono giovani registi, autori e attori. In questo caso si è voluto premiare la qualità della recitazione di un gruppo di ragazzi provenienti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e di una regia rigorosa e discreta che ha valorizzato la vivacità del microcosmo goldoniano. Lo spettacolo, con la regia di Luca Bargagna, ha visto in scena Viviana Altieri, Vincenzo D’Amato, Elisabetta Mandalari, Luca Mascolo, Alessandro Marverti, Alessandro Meringolo, Massimo Odierna, Marco Palvetti e Sara Putignano.

 

D – Luca Bargagna ed il suo esordio come attore; quale motivazione principale ti ha indotto poi alla scelta della regia teatrale?

 

R – Dopo aver fatto l’attore per alcuni anni in una compagnia, ho sentito l’esigenza di mettere in scena qualcosa di mio. Non si tratta quindi di una vera e propria scelta; la scelta presuppone qualcosa di razionale, la regia invece è una sorta di richiamo, una voce lontana che arriva improvvisamente, un po’ come la Poesia.

 

D – L’epopea del testo teatrale classico, greco e latino ed il salto nel XVIII secolo; cosa ti ha indotto alla scelta di questa commedia di Carlo Goldoni?

 

R – La drammaturgia è fatta di legami sotterranei, e i testi a volte ti portano in mondi solo apparentemente lontani, la drammaturgia si evolve così come si trasforma l’uomo. Goldoni ha un legame affascinante con il passato e allo stesso tempo segna una via verso quello che sarà il futuro di un certo tipo di drammaturgia. Goldoni, infatti è l’inizio di una civiltà teatrale moderna con l’allontanamento dalla maschera e di quello che diventerà il teatro borghese e con esso, la costituzione di una società moderna.

 

D – Dalle note biografiche noto che oltre ad aver collaborato con registi italiani, sei stato assistente di Eimuntas Nekrosius e Nikolaj Karpov che hanno messo in scena autori stranieri; una tua personale osservazione per il modus operandi sul testo drammaturgico e nella tua scelta tra autori stranieri o italiani?

 

R – Gli incontri con i grandi maestri sono fondamentali. Di volta in volta hai la possibilità di vedere punti di vista diversi, mondi diversi, è un momento di crescita e di arricchimento.

 

Durante i tre anni di frequenza all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Luca Bargagna è stato regista dei seguenti spettacoli: Il teatro comico di Carlo Goldoni, Le preziose ridicole di Molière, Psicosi delle 4 e 48 di Sarah Kane, presentato alla 52° edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto, all’interno del “Progetto Accademia”, La strage di Parigi di Christopher Marlowe, Illusion Comique di Pierre Corneille, presentato alla 53° edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto, all’interno del “Progetto Accademia”.

 

D – Cosa è il Teatro per Luca Bargagna?

 

R – È una possibilità di leggere il mondo.

 

D – Si è sempre parlato di Crisi, ma…come cantava Petrolini: “che cos’è questa crisi?”

 

R – Il teatro, come tutte le arti, ha sempre avuto la forza di andare avanti anche nei momenti di crisi. È un momento importante questo: noi come generazione abbiamo la possibilità di provare ad immaginare e costruire una realtà “teatrale” diversa, libera dalle logiche del passato.

 

D – Dar voce alle giovani leve del Teatro italiano e Viviana Toniolo, direttrice artistica del Teatro Vittoria, istituisce ogni anno la rassegna  “Salviamo i talenti” premio alla memoria di Attilio Corsini, fondatore della Compagnia Attori & Tecnici; una tua riflessione sull’iniziativa che ti ha visto vincitore?

 

R – Bisogna ringraziare il Teatro Vittoria e Viviana Toniolo per la passione e la forza con cui organizzano questo premio, unico nel suo genere, che dà una possibilità concreta a giovani compagnie. Molti, infatti,  sono i premi a cui si può partecipare, ma questo in tutto e per tutto traduce una difficoltà reale (lo spazio e la visibilità per le nuove generazioni) in una vera opportunità professionale, supplendo alle mancanze strutturali del sistema teatrale e culturale italiano.

 

Luca Bargagna è stato inoltre assistente alla regia nei seguenti spettacoli: L’Impresario delle Canarie di Pietro Metastasio, regia Lorenzo Salveti, presentato al 40° Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia nel febbraio 2009; La Foresta di Alexander Ostrovskij regia di Nikolaj Karpov, Teatro Studio Eleonora Duse, Roma; Frammenti con la regia di Valerio Binasco, saggio di III anno del corso di recitazione, Teatro Studio Eleonora Duse, Roma, presentato alla 53° edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto, all’interno del “Progetto Accademia”; Progetto Santa Cristina laboratorio e saggio di III anno del corso di recitazione, regia di Luca Ronconi. A rigor di informazione, Luca Bargagna è attualmente aiuto regia di Luca Ronconi per i “Sei personaggi in cerca d’autore” al Festival dei 2Mondi 2012 a Spoleto.

Diamo ora la parola ad alcuni attori che hanno dato vita alle idee registiche di Luca Bargagna per la realizzazione de “La bottega del caffè”, commedia di Carlo Goldoni.

Viviana Altieri, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Vittoria, la moglie di Eugenio è nata a Benevento e comincia a studiare recitazione a 12 anni. Si diploma nel 2010 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico con Luca Ronconi; tra gli altri suoi maestri e registi: Lorenzo Salveti, Mario Ferrero, Nikolaj Karpov, Peter Clogh, Lilo Baur, Kristin Linklater, Michele Monetta, Michele Placido, Valerio Binasco, Eimuntas Nekrosius, Toni Servillo.

È diretta in diversi ruoli da Luca Bargagna.

Attrice in numerosi spettacoli teatrali, alcuni spot pubblicitari e nella serie televisiva La nuova squadra.

 

D – Viviana Altieri dopo l’Accademia; riscontri positivi e negativi degli apprendimenti accademici; tue riflessioni?

 

R – Mi sono diplomata da due anni e lavorando mi sono spesso riconnessa ad elementi del mio mestiere appresi in accademia.

Talvolta di un intero corso mi è rimasta solo una frase, solo un principio, solo una sequenza di movimenti, solo quello che meglio di tutto il resto si adattava al mio caso, mi aveva aperto nuove porte o aveva particolarmente funzionato in me e con me. è come quando leggi tanti libri: qualcuno ti cambierà la vita, qualcun altro  smetterai di leggerlo a metà, non ricorderai tutte le parole, i titoli dei capitoli, i nomi dei personaggi o dei posti in cui l’autore ti avrà portato eppure dentro di te qualcosa sarà cambiato e avrai senz’altro appreso a vivere in un modo diverso. In accademia ho imparato che è necessario mettersi in gioco, conoscersi bene, accettarsi e lavorare per superare i propri limiti, sbagliare per imparare ancora. ovviamente nelle mura protette della scuola è molto più facile; una volta inserti nei meccanismi e nei tempi di produzione odierna di spettacoli o film ci si accorge che il tempo a disposizione per le prove, per le improvvisazioni, per la ricerca e l’errore è ridotto al minimo, quando non inesistente e allora il rischio è quello di imprigionarsi di nuovo nei sicuri cliché da cui si è usciti con il duro lavoro in accademia.

 

Vincenzo D’Amato, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Ridolfo, il proprietario della Bottega, è nato a Torre del Greco (NA), fin da piccolo si avvicina al teatro, nel 2010 si diploma all’ “Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico” dopo aver ottenuto nel 2007 il diploma alla “Accademia del Teatro Bellini”.

Ha lavorato fra gli altri con Luca Ronconi, Valerio Binasco, Lorenzo Salveti, Michele Placido, Eimuntas Nekrosius, Nicolaj Karpov, Liosette Baur, Tato Russo, Alvaro Piccardi. Nel 2007 vince il Premio Massimo Troisi doppiando il corto animato “No Smoking”.

 

D – Quale consiglio ti senti di dare a chi vorrebbe intraprendere la strada dell’attore?

 

R – La verità è che non ho molti consigli da dare, se non divertirsi, il teatro per quanto mi riguarda è una necessità, un urgenza, un po’ come la pipì, se la devi fare la fai, non puoi trattenerla. Certo credo anche che il rigore e la disciplina siano due elementi fondamentali per un’arte che in fondo è un gioco e per questo va presa molto seriamente. Chi sceglie questa strada per sé sa che si tratta di un percorso che durerà tutta la vita, che sarà faticoso, doloroso, ma come detto necessario.

 

Elisabetta Mandalari, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Lisaura, la ballerina, è nata a Roma.

Dall’età di 10 anni suona il pianoforte partecipando a concorsi per giovani talenti. Studia danza moderna – contemporanea e si diploma come coreografa di 1° livello alla F.I.T.D.

Si diploma all’Accademia Silvio D’Amico lavorando con Luca Ronconi, Toni Servillo, Michele Placido, Sergio Rubini, Eimuntas Nekrosius, Lilo Baur, Nicolaj Karpov.

È stata diretta da Lorenzo Salveti per la biennale di Venezia nel 2009, e da Valerio Binasco per il Festival di Spoleto nel 2010.

 

 

 

 

D – Elisabetta Mandalari, danza e teatro; quali elementi affini riscontri tra le due arti; il tuo punto di vista?

 

R – Trovo molto pertinente questa domanda per svariati motivi, il primo dei quali è proprio perché il mio personaggio nello spettacolo era una Ballerina, e uno degli ultimi perché ho perseguito per molti anni il pensiero della danza come possibilità di lavoro. Nonostante la mia natura che tende a rivelare un atteggiamento da giovane ribelle casinista, il rigore, la disciplina, l’attenzione e la pulizia del gesto, il respiro di gruppo dati dalla danza sono caratteristiche che ho riscontrato anche sulle tavole da palcoscenico come attrice. Il mio percorso accademico, la capacità di saper essere in ascolto con ogni parte del mio corpo è stata una ricchezza in più, alle volte il gesto danzato poteva essere un limite nell’espressione del gesto teatrale ma la maggior parte delle volte è la mia carta vincente.

La possibilità di poter stare sin da piccola sul palcoscenico grazie alla danza mi ha permesso di prendere, sin da subito, familiarità con lo spazio teatrale. Le due discipline camminano sullo stesso piano con un’unica grande differenza, che l’espressione teatrale racchiude in se una libertà e una vastità di espressione che la danza non mi ha permesso di vivere!

Grazie per avermi dato la possibilità di aver potuto riflettere su questo argomento che è molto importante e intimo per me.

 

Luca Mascolo, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Pandolfo, il biscazziere, è nato a Sora; dopo la maturità classica e la laurea in D.A.M.S. , nel 2010 si diploma in recitazione presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Ha lavorato, tra gli altri, con i maestri Lorenzo Salveti, Valerio Binasco, Luca Ronconi, Mario Ferrero, Massimiliano Farau, Eimuntas Nekrosius, Nikolaj Karpov, Michele Placido. In televisione ha lavorato in “Decameron” di Daniele Luttazzi e Franza di Rosa e con Gianluca Maria Tavarelli in “Le cose che restano”. Finalista del Premio Nazionale delle Arti edizione 2010 sezione teatro, possiede oltre alla formazione attoriale anche una solida preparazione musicale e vocale.

 

D – Teatro, Televisione, Cinema, Lirica; un tuo parere sull’attore del terzo millennio?

 

R – Può sembrare una considerazione presuntuosa, ma credo che l’attore del terzo millennio sia più preparato dei suoi predecessori, dei grandi mostri sacri che noi tutt’oggi consideriamo come esempi e che sono un po’ i nostri miti o antimiti; abbiamo la tecnica, o se si vuole più tecniche, ma ci manca la grammatica, una capacità di “scrittura” scenica chiara e funzionale; forse questo dipende anche dal problema delle nuove tecnologie e di come utilizzarle o renderle a teatro o sulla pellicola. In quanto calati in questa epoca, la produzione di soluzioni a riguardo è ciò a cui siamo chiamati.

 

Alessandro Marverti, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Eugenio, è nato a Roma.

Si diploma in Recitazione nel 2008 presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dove svolge seminari anche con P. Clough, Danio Manfredini e Luca Ronconi.

È in scena dal 2008 al 2010 con “I Ponti Di Madison County” regia di Lorenzo Salveti , e nel 2010 con “Killer Joe” regia di M. Farau.

Collabora inoltre con il Centro Studi Enrico Maria Salerno a diversi progetti svolti con il Carcere di Rebibbia, dentro e fuori le mura (Piccolo Eliseo).

Per la TV lavora nella serie “Romanzo Criminale” e “Romanzo Criminale 2” mentre per il Cinema esordisce nel 2010 al Festival di Venezia con “La Pecora Nera” di Ascanio Celestini.

 

 

D – Alessandro Marverti, quanto influisce l’impegno sociale nell’attività attoriale?

 

R – Nella mia esperienza personale ho spesso collaborato con il Carcere di Rebibbia e interpretato personaggi con storie difficili per lo più di emarginazione e degrado.

Credo di poter dire che l’impegno sociale sia molto importante nell’attività attoriale o almeno dovrebbe rimanere un punto fisso per restare in contatto con realtà nascoste delle quali spesso il nostro lavoro è portavoce.

 

Alessandro Meringolo, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Trappola, il servitore della Bottega, è nato nel Friuli e studia all’Accademia “Nico Pepe” di Udine, alla scuola del Teatro Due di Parma e all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Tra i vari maestri incontra Luca Ronconi, Walter Pagliaro, M. Farau, P. Claugh, N. Karpov, E. Nekrošius, M. Sgrosso, S. La Ruina, M. Dioume. Lavora sulla commedia dell’arte con C. de Maglio. Per il teatro è stato diretto da V. Binasco, W. Le Moli, C. Longhi, C. Antal, M. Airaudo, G. Baraldi, Anastasia Sciuto, Luca Bargagna Lorenzo Salveti, D. Galli Rohl, N. Filice. Per il cinema lavora con Michele Placido e per la radio sotto la direzione di Giuseppe Rocca.

Mi rendo conto che è molto difficile ottenere tutte le risposte alle domande prefissate quando si programma una intervista multipla a più attori dello stesso spettacolo; è ciò che mi è capitato con la domanda che riguardava Alessandro Meringolo, sull’avvento delle nuove tecnologie nello spettacolo teatrale; l’ologramma, il 3D, l’uso della Radio o del Cinema, per una sua riflessione da attore teatrale. Non mi è stato possibile ottenere la risposta!

 

Passiamo quindi a Massimo Odierna, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Don Marzio.

Studia recitazione nella sua città di nascita, Napoli, e si diploma presso l’Accademia teatrale ”Il Primo”. Non contento di quel solo riconoscimento, a Roma si diploma presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.

Tra i suoi maestri: Lorenzo Salveti, Luca Ronconi, Valerio Binasco, Massimiliano Farau, Mario Ferrero, Michele Placido, Eimuntas Nekrosius, Nikolai Karpov, Peter Clough, Nikolaevic Bogdanov, Arnolfo Petri, Rosario Ferro. È diretto da V. Binasco per “Frammenti”; L. Salveti per “L’impresario delle Canarie”; Mario Ferrero per “Se Amleto avesse potuto”; Arnolfo Petri per “Il bacio della donna ragno”; Rosario Ferro per “La zia di Carlo”.

Per la televisione  lavora in “Carnezzeria” di Emma Dante, regia di Sandro Vanadia e in “La Gaia scienza”, regia di Andrea Rovetta.

 

 

D – Quanto facilitano le radici partenopee nell’arte teatrale e cinematografica?

 

R – Essere napoletani dal mio punto di vista si traduce immediatamente in musicalità, istinto, ritmo, gesto, voracità.

Il dialetto napoletano è un linguaggio che racchiude in se una serie di codici, vocali e gestuali, immediati e di grande forza espressiva e comunicativa. Bisogna però stare attenti a non adagiarsi. Non si può affidare la propria forma espressiva unicamente all’aspetto partenopeo che, per quanto forte e riconosciuto, può anche limitare. Bisogna adattare questo istinto, questa dote radicata a ben più altri codici interpretativi in modo da poter variare ed arricchire sia la propria tecnica che la propria creatività per poi adeguarla ora in teatro, ora al cinema.

Essere un attore napoletano è una grande responsabilità.

Maggiore è la responsabilità e maggiore è lo sforzo richiesto per uscire da alcuni cliché.

 

Marco Palvetti, che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, Conte Leandro, è nato a Pollena Trocchia (NA). Frequenta per due anni il corso di recitazione cinematografica Cinemafiction.

Nel 2005 lavora in tv ne “La Squadra”. Nel 2010 si diploma come allievo attore presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.

Lavora fra gli altri con Luca Ronconi, Lorenzo Salveti, Eimuntas Nekrosius, Valerio Binasco, Michele Placido, Nicolaj Karpov, LiloBaur, Wyn Jones.

In questi anni interpreta numerosi personaggi e molti da protagonista sia in spettacoli teatrali che in letture radiofoniche, cortometraggi sia nazionali che internazionali e film.

È stato Mercuzio in Romeo e Giulietta per la regia di Corrado D’Elia che l’ha diretto nel Cirano de Bergeraque nel ruolo di Cristiano; al teatro Bellini di Napoli, per la regia di Gabriele Russo sarà tra i protagonisti di Odissea Napoletana,  e per l’Estate Carrarese 2012 a Padova, Palazzo Zuckermann, è protagonista di Gioco d’Identità di Michela Zanarella.

 

D – Il tuo aspetto fisico ricorda Johnny Depp così come la tua capacità di trasformarti ed essere un altro da te, considerando che la tua bravura è indiscussa; quali difficoltà riscontra chi è considerato nell’ambiente teatrale uno “bravo”?

 

R – Anzitutto ti ringrazio per il modo in cui stimi il mio lavoro, per me è importante; e se il caso può dettare una somiglianza fisica con un attore immenso quale è Johnny Depp, è sicuramente parte del percorso attoriale accrescere la propria capacità di essere aperto alla trasformazione, è la propria disponibilità.

Quando interpreto un personaggio per me è fondamentale evadere, poter essere altro da me; Avviene come uno scambio costante tra l’Essere Umano – Attore e l’Attore – Personaggio. È quindi l’Attore ad unire l’Essere Umano e il Personaggio, a creare il giusto distacco e allo stesso tempo la completa adesione tra sé e l’altro da sé. Non mi interessa portare in scena me stesso, ma mettere me stesso al servizio del personaggio; portare avanti un percorso dove la “vita” dell’essere umano si fonde con le parole “morte” del testo fino a creare qualcosa di magico, qualcosa di onirico che vive di vita propria. La necessità dell’Attore – Personaggio incontra la disponibilità dell’Essere Umano – Attore, che nasce a sua volta da una necessità intima, personale, unica.

Mi piace quando è il personaggio a muovere le mie mani, a guardare con i miei occhi, ad amare liberamente ciò che ama, perché mi insegna tanto, mi sorprende e allo stesso tempo non può fare a meno delle mie mani, dei miei occhi e del mio amare.

Credo che questo, insieme alla responsabilità, soprattutto sociale, dell’attore e alla disciplina, caratterizzi l’onestà con cui l’attore compie il proprio lavoro.

Il mondo dello spettacolo, il mercato, si basano sempre più sull’”immagine” dell’attore, mentre quello che interessa a me è la qualità di approccio al lavoro; la voglia di crescere e di essere propositivi e non semplici esecutori. Cercare e proporre la qualità per riscoprirsi ogni volta.

Ecco, credo che un attore bravo sia identificabile soprattutto per la sua onestà, anche intellettuale, con cui affronta il proprio percorso. Tornando alla domanda che mi hai fatto, forse la difficoltà che può trovare un attore “bravo” e, devo aggiungere, onesto, può essere quella di trovarsi schiacciato da un mercato, che anteponendo alla qualità  l’immagine, la fama “televisiva” e tutto quello che riguarda il commercio e il denaro, molto spesso lascia poco spazio a quel motivo intimo, a quella necessità per cui vogliamo fare questo lavoro e non un altro. Talvolta lascia poco spazio agli “Attori”. Credo che bisogna essere affamati e insistere.

 

Sara Putignano,  che ha interpretato ne “La bottega del caffè”, La Pellegrina, è nata a Taranto e vive a Martina Franca.

Nel 2010 si diploma all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” dove si forma con grandi maestri come Lorenzo Salveti, Mario Ferrero, E. Nekrosius, N. Karpov, P. Clough, L. Baur, R. Romei, Michele Placido, V. Binasco, Luca Ronconi.

Va in scena diretta da Lorenzo Salveti con “L’impresario delle canarie” (per la Biennale di Venezia), da Mario Ferrero con “Se Amleto avesse potuto”, da V. Binasco con “Frammenti” e si diploma con un saggio diretto da Luca Ronconi.

È attrice di numerosi spettacoli, corti e liberi esperimenti teatrali presentati all’interno del festival “Contaminazioni” 2009 e 2010 e alla 52° e 53° edizione del Festival dei due mondi di Spoleto.

In ambito cinematografico partecipa al film “Il grande sogno” regia di Michele Placido e a un documentario su Caravaggio diretto da Marco Visalberghi.

 

D – Quanto influisce il fascino personale nell’interpretazione dei personaggi proposti?

 

R – Se il personaggio che interpreto non è molto distante dalla mia persona naturalmente il fascino personale acquista una presenza più importante perché si impone con più facilità e la sfida diventa di conseguenza cercare di non cadere mai nella mia quotidianità! Perciò ogni volta che interpreto dei personaggi, vicino o distanti che siano dal mio mondo, cerco sempre di trovare il fascino specifico di quel personaggio, il modo di farlo vivere e il modo di riuscire a calamitare l’attenzione dello spettatore verso quel personaggio lì, la luce specifica che emette con tutte le complessità legate a ciascuna tipologia e che non riusciresti a smettere di guardare…bèh, questo a mio parere è una delle sfide che rende eccitante il meraviglioso gioco teatrale!

 

Maria Piccolo, che è stata l’aiuto regista e collaboratrice di Luca Bargagna è nata a Napoli. Si laurea in Storia del Teatro al D.A.M.S. di Bologna nel 2006, nel 2010 si diploma in Recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” con Luca Ronconi. Lavora tra gli altri con: Lorenzo Salveti, Mario Ferrero, Nikolaj Karpov, Peter Clough, Lilo Baur, Kristin Linklater, Michele Monetta, Michele Placido, Valerio Binasco, Eimuntas Nekrosius, Giuliano Scabia, Loredana Perissinotto. È diretta da Lorenzo Salveti per “L’impresario delle canarie” che va in scena alla biennale di Venezia nel 2009, e da V. Binasco per “Frammenti” che partecipa alla 53° ed. del Festival dei due mondi di Spoleto.

 

Concludo questo articolo/intervista dopo aver presentato i nuovi talenti dello spettacolo italiano, mi preme comunque ricordare insieme a Luca Bargagna che:

Il mondo va avanti, per forza del Malinteso” Charles Baudelaire”

 

Giuseppe Lorin

Luca Bargagna e la vittoria del teatro con La Bottega del Caffè

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