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L’uomo che ascoltava le 500 di Francesco Paolo Tanzj

le 500

a cura di Claudio Fiorentini

A conclusione del libro c’è una dichiarazione di scrittura, dove Tanzj dice che tipo di lettore vorrebbe, e questo mi serve da spunto per chiedere: noi, che tipo di lettore siamo? E chiederei anche che scrittori siamo? Per chi scriviamo?
Il lettore o lo scrittore libero, a questo dovremmo ambire. Ma forse non è possibile, i condizionamenti, i modelli, i riferimenti sono sempre in agguato per deviarci… forse né il lettore né lo scrittore sono veramente liberi, semmai scrivendo o leggendo si cerca una certa libertà, e la si trova, spesso, quando la mente vola dietro o tra le parole, ma non la si trova per esteso, per intero… c’è sempre qualche macchia che ci impedisce di essere pienamente e intimamente liberi… 
Nella dichiarazione di scrittura si fa la differenza tra lettore illuminato e lettore ignorante (la stessa differenza la farei con gli scrittori), vediamo un po’ di cosa si tratta. Il lettore illuminato, a seguito di una lettura, forse si esprimerebbe così:
Evinciamo un segnale di protoletteratura stigmatizzata nelle scene di un quotidiano divenire, che si articola in ogni sintagma tendente a stilema fino alla sua totale espansione che dall’incipit evolve nel corpo detautologizzato del racconto. Durante la lettura si articolano in un susseguirsi incessante i vari neo-simboli della genesi aurea, segnale evidente che da queste narrazioni meta-criptiche si dispiega la vitalità bronzea delle ultime correnti anti-avanguardiste che intendono spigolare la realtà quale ignara palingenesi del movimento di cui noi oggi siamo fortunati testimoni. Risulta quindi evidente, a dimostrazione della certaldità neoclassica insita nella compresente raccolta, una vena d’ironia asburgica evoluta, che avvampa nelle scoperte del secolo d’oro rendendo con esse omaggio alla centralità dell’uomo nella natura. Per quanto abbiamo detto, questo libro va annoverato tra i classici e i preclassici che una volta storicizzati determinano la veste culturale di questo nostro mondo, e questo nostro Paese.
Per chi non lo avesse capito, si tratta di una parodia.
Tanzj prende di petto il critico che si parla addosso, simbolo di un equilibrio che va attaccato con tutte le nostre forze, perché il giusto sta nel mezzo!
Ma veniamo al punto.
Il lettore tipo è un ibrido (lo stesso vale per lo scrittore). L’uomo medio è un ibrido. Non è accettabile invece colui che si cataloga bianco o nero, ergendosi a modello di qualcosa che evidenzia solo la propria ipocrisia.
Il libro contiene uno spassoso attacco a Nanni Moretti (o meglio, al modello che incarna), che diventa un chiaro segno di ribellione ai cliché della nostra vita. I cliché vanno abbattuti, occorre un uomo libero per un pensiero libero.
Quindi la chiave di lettura va ricercata in questa parola: libertà.
Ma veniamo alle mie impressioni di lettura.
I racconti qui raccolti non vanno letti cercando la trama o cercando il personaggio, che purtuttavia sono presenti, e non credo che la traccia lasciata dallo scrittore sia da cercarsi nel linguaggio o nella forma. C’è molto di più.
Certo, siamo davanti a storie scritte con grande maestria, il libro è meritevole da tutti i punti di vista e si colloca nella fascia alta della letteratura contemporanea.
Il punto, però, per me, è: che cosa vuole dirci Tanzj? Se c’è un messaggio. Che Tanzj abbia voluto metterci un messaggio o meno non è poi tanto importante, perché alla fine qualcosa passa lo stesso. D’accordo, ma allora, come va letto questo libro? Io inizialmente ho cercato di leggere i racconti come dei racconti, poi ho cercato di leggerli come dei resoconti, poi ho cercato il lato giornalistico, ma mi rimaneva sempre qualcosa da decifrare.
Ragionando per immagini ho pensato alla panna montata, che va messa sul gelato come il parmigiano sulla pastasciutta, ma a differenza di questo, la panna non si mescola e non si fonde, rimane sempre sopra. Per creare una miscela con il gelato devi metterli in bocca, ci devi mettere il tuo impegno.
Già, la panna montata, immagine ora poco comprensibile, ma si chiarirà alla fine.
Il narratore non entra nel personaggio né nell’evento, come se volesse lasciarli liberi di esprimersi, rimanendo lui, il narratore, un testimone di un pezzo di vita. Questo perché gli eventi e i personaggi li si vuole liberi, non addomesticati dalla penna, non inseriti nella drammaturgia letteraria sotto forma di qualcosa di diverso da quello che sono realmente. Ma attenzione, non si tratta di iperrealismo, né di cronaca giornalistica.
I racconti, nonostante abbiano un forte stampo autobiografico, lasciano al lettore il lavoro di immersione nell’evento e nel personaggio. Tanzj rispetta questa libertà e la condivide.
Una citazione, più di ogni analisi del testo, permette di capire il lavoro di Tanzj: Il gagiò lavora, lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e, sperando così, muore. Poi ha fatto tante leggi, troppe. La libertà è bella, vai dove vuoi.
Grazie a questa citazione sono entrato nella narrazione ed ho inquadrato il lavoro di Tanzj, così come la sua persona, in questa ottica: la libertà è bella, vai dove vuoi…
Quindi questo libro è un po’ nomade, un po’ zingaro, ma soprattutto vive nel rispetto delle storie che racconta e, privandoci di ogni considerazione, senza chiederci né di leggerle né di farne, Tanzj ci insegna il rispetto per la libertà degli eventi. Ci dice (senza dirlo) che la sua libertà è riposta in questi racconti e così come la vive ce la restituisce.
Quindi mi viene da chiedere: l’anima, è zingara?
Chiarisco: non intendo con questa domanda focalizzarmi su un racconto, forse il più lungo, dove si narra l’incontro tra l’autore e due zingari, che sono stati prigionieri nel campo di concentramento di Agnone durante la seconda guerra mondiale.
La zingaritudine dell’anima traspare anche in tutti i racconti. Tanzj la propone sempre, anche quando sembra che non la proponga. Troviamo questo suo modo di vedere la realtà in tutti i racconti, anche nel j’accuse a Nanni Moretti dove non è la persona che viene presa di petto, ma il modello che propone, statico come tutti i modelli, il modello è prigione, e qualsiasi modello identifica il velo ipocrita che copre buona parte della nostra società.
Tanzj ce l’ha con quel velo d’ipocrisia.
L’anima è zingara, per questo ci sfugge, e come dice l’autore: ogni creazione, ogni azione dell’uomo resterà per sempre una incompiuta.
Eppure proprio questa incompiutezza ci arricchisce, perché si continua, sempre, si cresce, sempre.
All’inizio della lettura mi chiedevo: l’uomo che ascoltava le 500, l’eremita, Milka… sono dei pazzi o sono dei geni? Sono normalissimi esseri umani o sono manifestazioni della più profonda delle passioni? Cercavo, come ogni lettore medio, la risposta in ciò che leggevo. Ma il libro non ci dà risposte, l’autore non fa analisi di nessun tipo, non giudica perché è a noi che spetta farlo, con il nostro metro; a noi spetta capire che il profondo rispetto che Tanzj manifesta per l’altro deve guidarci durante la lettura del libro. Non cerchiamo, quindi, passioni che appartengono solo a noi e che vorremmo proiettare nei personaggi e nelle storie che leggiamo, non cerchiamo emozioni private e nostre da mettere negli occhi di questo o dell’altro personaggio… cerchiamo l’essenza delicata della vita e posiamoci come panna montata sul gelato, lasciando che il gelato sia quello che è, senza trasformarlo in altro, quindi leggiamo questo ottimo libro con la leggerezza e la libertà che Tanzj ci trasmette.

Claudio Fiorentini, marzo 2015

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