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“Per troppa vita che ho nel sangue”, l’intensa vita poetica di Antonia Pozzi

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“Per troppa vita che ho nel sangue” la breve vita e la grande poesia di Antonia Pozzi è in scena al Teatro di Documenti dal 1 al 18 marzo 2012. Lo spettacolo vede la regia di Anna Ceravolo, allestimento di Carla Ceravolo, con Eleonora Bresciani (in video), Valentina Di Blasi, Valentina Mannone, Silvia Poggiogalli. Le musiche sono eseguite al violino da Silvia Gramegna. I video e le foto sono a cura di Renato Ferrero, le luci ed il suono di Lucia Miele Liquori.
“Mi sono avvicinata alla poesia di Antonia Pozzi sei anni fa, quando ancora la figura e l’opera della grande poetessa erano quasi avvolte nel silenzio. Mi ha subito colpito la precisione del linguaggio di Antonia, la capacità chirurgica di incidere nel suo animo e nel nostro con la lucidità invincibile delle parole.” In questo modo Anna Ceravolo chiarifica la scelta registica di uno spettacolo che celebra la poetica e la figura di questa giovane autrice, nei cento anni dalla sua nascita. Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912, e vi muore suicida, a soli 26 anni, il 2 dicembre 1938.
Nel palcoscenico affascinante e misterioso del Teatro di Documenti, voluto da Luciano Damiani, quattro attrici danno vita all’ intensa ma breve esistenza della giovane poetessa. Ogni attrice rappresenta una fase del percorso vitale della donna, dall’infanzia alla maturità, con una voce narrante che non giudica e valuta solo apparentemente l’evolversi emotivo ed esistenziale; un violino a trascinare la potenza e la sensibilità di un’anima che è poesia pura, da ascoltare e da accogliere con tutte le sue contraddizioni. In un alternarsi di riproduzioni video e nella proiezione di fotografie in bianco e nero della poetessa e dei luoghi della sua memoria, lo spettatore si trova immerso in un’atmosfera spiazzante, dove la lucidità e la sonorità dei versi non riescono a  giustificare un gesto estremo come la morte.
Antonia si trova inadeguata al suo tempo, gli amori non corrisposti la annientano, la rigidità del padre quasi la spaventa, non vede altra alternativa al suo mal di vivere che il lasciarsi morire in una gelida notte invernale.
In uno scenario ricco di emozioni, silenzi, riflessioni, immagini e ricordi, si resta sorpresi e teneramente incantati davanti alla grandezza interiore di questa giovane poetessa, che rinuncia alla sua identità, stremata dal suo troppo percepire la vita.

Per Clicknews Michela Zanarella intervista la regista Anna Ceravolo:

D- Ha deciso di mettere in scena la breve esistenza di Antonia Pozzi, poetessa morta suicida giovanissima, purtroppo quasi sconosciuta. Perché questa scelta?

È da qualche anno che la figura e l’opera di Antonia Pozzi mi hanno irretita. Nel 2006 sono stata invitata a partecipare a Milano ad una rassegna teatrale dedicata alla voce delle donne. È così che mi sono avvicinata alla voce di Antonia Pozzi portando in scena una prima versione dello spettacolo attuale che è poi stato ristudiato e presentato due anni dopo e, in un’edizione rinnovata, è di nuovo in scena al Teatro di Documenti fino al 18 marzo. Dal 2008, in cui ricorrevano i settant’anni dalla scomparsa di Antonia, fino a quest’anno, in cui si celebrano i cento anni della nascita, vi è stato un fiorire di iniziative dedicate alla Pozzi. Il fatto di essermi dedicata ad Antonia prima di questa esplosione di interesse mi fa molto piacere, mi soddisfa della mia autonomia e delle mie scelte.

 

 

 

D- Antonia Pozzi, una poetessa “fuori tempo” per il suo troppo sentire la vita. Cosa l’ha colpita di più della personalità di questa giovane donna ed autrice?

 

Tutti da bambini pensiamo che volere e potere siano coincidenti, ci proiettiamo nel futuro e pensiamo che potremo diventare qualsiasi cosa da adulti, faremo così e cosà, avremo il lavoro, la famiglia, la casa dei nostri sogni. Poi un po’ per volta le potenzialità si assottigliano per varie ragioni e galleggiamo in quell’alternativa che costituisce la nostra vita. La maggioranza di noi presenta un buon grado di adattamento alla propria esistenza: qualche sogno viene realizzato, qualche desiderio diventa realtà, qualche altro no, ma complessivamente siamo contenti e soprattutto siamo attaccati alla vita. Penso che Antonia, figlia unica di una famiglia molto agiata e culturalmente aperta, abbia vissuto concretamente e in modo molto forte, nella sua infanzia, questa coincidenza tra volere e potere. A me pare proprio che Antonia parta da un orizzonte privo di limiti e poi, mano a mano, veda quell’orizzonte restringersi in maniera per lei insopportabile. Il vivissimo bisogno che Antonia ha di realizzarsi in ogni aspetto della esistenza – dalla sfera dei sentimenti che la protendevano al desiderio di maternità, fino alla espressione nel lavoro e soprattutto nelle lettere, come anche il suo impegno sociale -, ci restituisce davvero la forza vitale di questa giovane donna ed anche la cifra del suo – inconsapevole, io credo – anticonformismo, in un’epoca, erano gli anni ’30, in cui le donne avevano assai scarse possibilità di autodeterminarsi. In questo senso Antonia è “fuori tempo”, è ben più avanti dell’epoca in cui le tocca di vivere.

 

D-Tra i suoi progetti futuri ci sarà ancora spazio per la poesia?

 

Spero proprio di sì, poiché è una forma di espressione che arriva dritta all’anima. Mi sembra anche stimolante combinare poesia e teatro: di solito la poesia ci appaga quando siamo soli, e ricerchiamo delle parole che ci consolino; credo che presentarla in teatro, luogo “comunitario” per eccellenza, sia molto interessante; inoltre linguaggio della poesia e linguaggio del teatro si arricchiscono nel contaminarsi a vicenda, porgendosi insieme allo spettatore.

 

D-Cos’ è la poesia per lei?

 

La poesia è bellezza, e riesce ad allargare lo spazio della nostra interiorità. Rappresenta la massimizzazione del potere della parola, poiché costruisce immagini e significati usando la lingua in maniera anche del tutto anarchica, totalmente soggiogata dall’estro del poeta.

 

Michela Zanarella

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