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Pier Mazzoleni, il canto poetico della strada al centro del mondo e del tempo

Pier Mazzoleni cappello (2)

“…la strada va / e l’uomo che non lo sa che l’obiettivo non è quello che dice, vada come vada / la rosa aspetterà sul ponte della vita che poi ti profumerà…”

Pier Mazzoleni sa cantare il profumo della vita, i testi che sceglie raccontano l’amore, gli affetti veri di una madre, è un osservatore attento e sensibile che mette sul pentagramma i sentimenti dell’uomo, le sensazioni di un mattino che si dischiude lentamente al giorno mostrando il colore della sua luce ai volti che l’osservano.

Questa è l’emozione che dona al suo pubblico, ai suoi ascoltatori, ai suoi fans. A nove anni è già apprezzato come bambino che inanella frasi poetiche improvvisate e da lui cantate. L’emozione costante del rapporto col pubblico è la chiave della sua comunicazione artistica.

Si accompagna con la fisarmonica all’inizio della sua carriera; in molti concorsi è finalista con le sue canzoni.

Nel 1983 è al dopo Festival di Sanremo a “La Bussola di Viareggio” con i “Made in Italy” e presenta la compilation Discotangotanz, prodotta dall’Alpharecord di Milano.

Pippo Baudo lo nota e lo fa partecipare al programma televisivo “Domenica in…”.

 

Pier Mazzoleni è cantautore che miscela la sua storia alle composizioni, raccontate con pochi ed essenziali elementi; canta l’emozione che profuma di mare, di orizzonti, di ironie metropolitane, di club fumosi, di amori, di se, degli amici, Pier Mazzoleni canta la vita in tutte le sue infinite sfaccettature.

 

D – Il passaggio dalla fisarmonica al pianoforte; è stato arduo questo passo importante per la tua carriera?

 

R – Il passaggio dalla fisarmonica al pianoforte è stato naturale, non privo di complicazioni armoniche, ma è stata la normale evoluzione di un percorso musicale iniziato fin da subito.

Le potenzialità espressive dei due strumenti, ricchi armonicamente e molto diversi per sonorità e approccio, mi hanno sempre affascinato; da bambino infatti, il piano doveva essere il mio primo strumento poi l’opzione fisarmonica è stata quasi una scelta obbligata dalla struttura fisica e dalle mani piccole di bambino.

Di fisarmoniche ce ne sono tanti modelli, piccole e grandi. Il pianoforte, verticale o a coda, ha una sola misura della tastiera.

Forse arduo in termini di difficoltà tecniche e di concezione diversa.

Il piano si suona con l’effetto della gravità e la caduta delle mani dall’alto verso il basso; la fisarmonica non ha questo aiuto. Poi, non c’è niente di impossibile se mutuato da passione e consapevolezza.

 

D – Hai confidato che la musica che scrivi è accompagnamento ai tuoi testi, che però vivono di armonia e con essa si intrecciano; ci spieghi meglio questo tuo concetto?

 

R – Permettimi di fare una Premessa. Credo che possedere il dono di avere tanti talenti sia bello, interessante e di certo può attirare l’attenzione. Penso fortemente che se una persona ricopre più ruoli, come molto spesso capita, questo alla fine penalizza la qualità e naturalmente il risultato finale. È quasi inevitabile. È la squadra che fa centro, è l’energia condivisa!

Il concetto è che dal momento che parole e musica sono due cose ben distinte, io cerco solitamente di “appoggiare” una musica sulle  parole; di solito compongo così!

Ma sono magmatico e non ho una linea guida… Quando ho un’idea cerco di assalirla da qualsiasi direzione essa provenga.

Il dato di fatto è che ritengo fondamentale, per un cantautore, assegnare delle priorità: il testo, in un certo qual modo, ricercato, è fondamentale sopra la musica, che ne è, dunque, il suo corollario; non per questo è di secondaria importanza! Tra l’altro, per uno come me che è nato musicista, la pulsione ritmica, le armonie su cui mi soffermo molto nella stesura di una canzone e il movimento melodico del testo, sono argomentazioni decisive.

 

D – Comunicare con la musica; ti sei mai ispirato a qualche cantautore del passato?

 

R – Credo che in fondo sia naturale e giusto ispirarsi; dovrebbe anzi essere considerato necessario; è previsto come minimo sindacale! A parte le battute, ho comunque attinto ai grandi signori della canzone francese, alla cosiddetta scuola genovese che è fonte di piacere lessicale e di guai per chi vi si avvicina, e senza farmi mancare nulla, al grande bacino americano. Se possono interessarti ti faccio dei cognomi: Brassens, Brel, Ferrè, Vian in Francia e poi Cohen (quello di Suzanne) e Dylan in America e gli italiani Endrigo, Lauzi, Tenco, De André; sono stati proprio loro che hanno spazzato via quel vecchio senso di lirismo lasciando spazio ai concetti alle ideologie e ai contenuti; hanno in qualche modo, segnato la strada alle nuove generazioni!

 Cose a cui peraltro ho sempre creduto; e si sa, la stanza degli specchi in cui tutti noi ci riflettiamo, spesso aiuta! Con il tempo, cerchi di mirare sempre di più al tuo bersaglio, non a quello degli altri… e un giorno può capitarti di andare a segno!

 

D – Cantautori francesi e cantautori italiani, quali affinità di generi avvicinano il loro modo al tuo nell’interpretazione della musica?

 

R – Ti ho già parzialmente risposto. Prediligo le atmosfere del teatro-concerto vecchia maniera, i video in bianco e nero sguarniti e con il solo soggetto sul proscenio. Adoro le essenzialità e ritengo che bastino pochissimi elementi a rendere un quadro vivo e interessante il resto sono accessori e fronzoli a cui, purtroppo, oggi il sistema ci ha abituati. Una buona idea si muove con le sue sole gambe, non ha bisogno di altro; quel che succedeva al tempo di Giorgio Gaber, per esempio. Ma senza entrare troppo nel dettaglio perché non basterebbero poche parole. Per quel che mi riguarda mi è congeniale la formula pianoforte e voce. Mi ritrovo poco con i modelli “riempiamo il palco di roba” proposti oggi; sono adombrati dai loro stessi lustrini.

 

D – A proposito di generi musicali: qual è il tuo genere preferito?

 

R – Non ho un genere specifico preferito; la musica non è plurale, è una sola. Non sono fiumi che sfociano in un mare; lei nasce già come il mare. Ascolto tanto e di tutto senza escludere quasi nulla. Il baccano per esempio, per me non ha senso. Cerco anche di suonare di tutto, e soprattutto di restare in contatto con il presente, amando molto il passato. Mi piace il jazz in tutte, ma proprio tutte, le sue forme. Ho molti amici musicisti in questo ambiente, con cui molto spesso ho suonato.

 

D – Trovi che gli uomini compongano testi musicali diversamente dalle donne, e in cosa consiste questa diversità: nel metodo, nella profondità, nello stile?

 

R – Ti confido che a questo non ho mai pensato Giuseppe. Immagino che chi scrive lo faccia per necessità, io ci vedo soltanto questa ragione. Non è per vezzo o tantomeno per denaro. Solitamente le donne hanno delle sensibilità più spiccate degli uomini; ma in questo caso siamo nel mondo dell’arte e non credo ci separino molte differenze sotto questo aspetto.

Oggi si parla tutti di tutto, si sono sdoganati gli ultimi tabù e parlare di argomenti che anche soltanto quarant’anni fa erano scandalosi e da censura, è la prassi.

Conosco bravissimi autori maschi e altrettante brave colleghe. Sono consapevole che dietro a ogni artista ci siano comunque tante domande a cui spesso non corrispondono altrettante risposte.

Sono mondi affascinanti e inesplorati che devono, a mio avviso, rimanere tali per sempre. Ecco perché io non andrò mai dall’ analista!

 

D – Teatro e Concerti del cantautore Pier Mazzoleni; solo voce-pianoforte; tue riflessioni?

 

R – Sto anticipando le tue domande ma alla fine i concetti sono sempre quelli: le parole sono figlie e madri contemporaneamente, si ripetono in eterno. Per farla breve ti dico che ho una forte passione per il teatro adoro il “face to face” con il pubblico, soprattutto quando è un pubblico che sceglie di venire ad ascoltarmi e vedermi; quando,  non si trova lì per caso! Ho già detto prima che voce e piano e magari anche fisarmonica, sono la mia condizione naturale, slegata dagli imbarazzanti schemi del dover riempire il palco.

La formazione non duo non trio ma “uno”, è quella in cui mi sono sempre mosso al meglio trovandomi a mio agio: sottoscrivo che mi piace suonare in sezione, piccola o grande, ma anche potermi muovere da solo come e quando voglio.

Sono istintivo, in certi casi dirompente e bisognoso costantemente di emozioni, e ne ricevo molte anche dal pubblico a cui cerco di restituirle.

E questo lo fai quando sul palco sei solo con le tue paure e le tue consapevolezze, l’adrenalina e una certa dose di ego controllabile.

 

D – Cosa è per te la Poesia? E la Musica?

 

R – Forza, rabbia, contrapposizione, libertà ma anche prigione, ali per volare e grandissimi spazi a disposizione. Questo per me sono sia la musica che la poesia. Qualcosa di cui godere e di cui essere felici al contempo. Qualcosa che mi esplode dentro, non sempre ma molto spesso, e quando capita che una musica o un testo mi chiamino significa che sono sulla buona strada. Ricordo ogni canzone che ho scritto – è dal 1991 che sono iscritto alla Siae ma scrivevo già prima – sono conscio del cambiamento di questi anni. Deve nascere in me, dal cuore, dalla testa e dalle viscere; non c’è alternativa: morire è l’alternativa! Sono volutamente e naturalmente drastico nel sostenere che se non hai qualcosa da dire è meglio non perdere tempo. Il tempo è quell’elemento che ci conosce già… E noi? Dobbiamo baciarlo e ringraziarlo per tutte le possibilità che ci dà.

 

D – Progetti futuri per la tua musica?

 

R – Come qualcuno ha detto, il futuro è un’ipotesi! Personalmente cercherò di seguire la mia onda che mi spinge e di fare quello in cui credo, tenendo ben presente il compito di chi scrive canzoni e tiene concerti: fare compagnia. La musica come il resto delle arti è un piacere inderogabile, è un incontro amabile. Io la considero una ragione vitale ma questo evidentemente è un altro discorso. Nel futuro prossimo e quindi entro fine anno, c’è il debutto del mio spettacolo “Come un uomo” nato da una mia idea: porteremo il concerto teatrale nei teatri e la commistione tra musica e teatro sarà notevole.

Ne ho affidato alla regista Silvia Barbieri la cura. Ci auguriamo di fare una buona dose di date.

L’anno prossimo registrerò il quarto disco, in una chiave leggermente diversa per colori e vestiti, rispetto alle altre.

Sto scrivendo, e in realtà è già quasi terminato, il mio primo libro di racconti, pensieri e poesie.

 

Sono in cerca di editore. La mia attività artistica di cantautore e di compositore, si allinea poi a quella di direttore del Centro emotivo musicale, la scuola di musica e di canto che abbiamo fondato a Bergamo e di cui vado molto fiero.

Il prossimo sarà il 10º anno di attività scolastica. E poi c’è la mia famiglia, gli amici, i tanti libri da leggere e la musica da ascoltare… Come potrebbe essere diversamente?

 

Il suo terzo disco “La tua strada”, OTR 025, Egea, compilation di 13 canzoni inedite, ha la presentazione di Massimo Cotto.

Pier Mazzoleni ha collaborato con una infinità di musicisti, tra i quali: Roger Rota, Stefano Bertoli, Tito Mangialajo Rantzer, Max Furian, Francesco Chebat, Daniele Moretto, Fabio Piazzalunga, Massimo Scoca, Guido Bombardieri, Paolo Manzolini, Alfredo Savoldelli, Alberto Sonzogni, Giovanni Cardillo, Gabriella Mazza, Matteo Milesi, Michele Gentilini, Andrea Rubini, Cristina Gambalonga, Fabrizio Pintorno, Arturo del Torchio, Luciano D’Addetta, Gigi Ghezzi, Paolo Filippi, Roberto Frassini Moneta, Paolo Bacchetta, Dario Filippi, Jacopo Ogliari, Samoel Scotton, Aurelio Pizzuto, e tanti altri ai quali è riconoscente.

 

Giuseppe Lorin

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