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Recensione “C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò, a cura di Elisabetta Bagli

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Nato a Francavilla Fontana (Brindisi) il 22-12-’82, diplomato come ragioniere programmatore nel 2002, elenca riconoscimenti (i più importanti) e mansioni, conseguiti e praticate più o meno tuttora nelle seguenti Arti.
LETTERATURA:
E’ uscita nell’ottobre del 2011 la sua opera prima, “C’è da giurare che siamo veri… (ed. Albatros/Il Filo)”, testo di saggistica in poemetti.
Premio “San Giorgio per la cultura europea”, per il racconto “Schiuma” (concorso tenuto a Santa Margherita Ligure), anno 2007.
Premio Speciale al Festival “Brusciano in Europa”, per il racconto “Doppia Maschera”, anno 2009.
Premio Speciale alla Biennale “Ager Nucerinus” per meriti artistici, anno 2009.
2° posto al premio int. “Europa”, sez. Narrativa, organizzato dall’ass. Universum (Lugano-Svi), col racconto “Un urto al cervello”
5° posto al Conc. “Agorà – Uomini e Donne a confronto”, sez. Poesia, anno 2004
6° posto al Conc. Lett. Naz. “Marino e la Cultura – Latina 2009”, con la lirica “Si agitano le tende”.
9° posto al Conc. “Il club degli autori 2008/’09”, organizzato dalla casa editrice Montedit, con la lirica “Solstizio d’Inverno”.
10° posto al Conc. Int. di Arte e Lett. “Città di Avellino”, sez. Poesia, organizzato dalla casa editrice Menna, anno 2009.
Menzione d’Onore al Concorso “Nocera Poesia” (sez. Memorial P.Sorrentino), anno 2008.
Menzione d’Onore al Concorso Int. di Prosa e Poesia “Città di Pomezia”, anno 2007.
Segnalazione di Merito al Concorso “Nocera Poesia”, anno 2007.
Finalista al prestigioso Concorso Int. di Lett. “J.Prèvert”, organizzato dalla casa editrice Montedit, con la raccolta di poesie dal titolo “Amore definito, appassito”, anno 2004.
All’interno del “Congresso Rock Francavillese”, evento musicale tenutosi il 7 Gennaio dell’anno corrente al Teatrino degl’Imperiali di Francavilla Fontana (Brindisi), ha esposto una raccolta delle sue opere dal titolo “Labilità”, facente verso al contesto suddetto.
Senza contare i numerosi diplomi ricevuti per posta e i testi (prevalentemente in versi, ma anche di saggistica) che sono stati pubblicati dal 2003 ad oggi su altrettante svariate antologie e riviste curate da associazioni culturali che unendole come se fossero puntini tracceremmo la mappa d’Italia…!
GIORNALISMO:
Come aspirante pubblicista collabora per il periodico di Roma “L’Attualità”.
Cura la rubrica di critica televisiva “Tvtabularasa” per il mensile on-line RomaCapitaleMagazine.
Cura la rubrica di critica cinematografica “La pellicola vagante” per il settimanale on-line DiarioDiBordo.
Da pochissimo ha cominciato a curare uno spazio per le recensioni letterarie all’interno del blog “Migranze”. A breve ce ne saranno altri sui siti “Il Narratore” e “PoesiaInCalce”.
Ha scritto articoli in riferimento a tematiche etico/sociali per il periodico di Francavilla Fontana “Il Gazzettino degl’Imperiali”.
I tratti più salienti di un articolo sulla figura di Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale iraniana di volley, sono stati pubblicati su “La Gazzetta dello Sport”.
Alcune sue opinioni sulla condizione civile sono state pubblicate sul “Nuovo Quotidiano di Brindisi”.
Cura la webzine musicale “Suoni del Silenzio” col cantautore Antonio Di Lena, recensendo e intervistando artisti emergenti (www.suonidelsilenzio.net) .
Nel 2006 ha contribuito alla fondazione del progetto cittadino “MixArt per la Pace” sciolto anzitempo a causa di contrasti interni (davvero paradossale…!), manifestando in piazza e scrivendo sul foglio interno (riuscendo ad avvicinare per un’intervista il mitico Franco Battiato).
TEATRO:
Nel 2006 ha declamato, vestito alla maniera di Dante Alighieri nel corso del “MixArt Day”, al circolo “Arci Ragazzi” di Francavilla Fontana un poemetto dal titolo “Nelle tombe dei nostri sogni”, di cui è pure autore.
Durante “La Notte degl’Imperiali” del 2009 s’è esibito in piazza con un monologo scritto da lui stesso, dal titolo “La diagnosi di un incapace”.
MUSICA:
Nel 2006 ha prodotto il demo “Regni delle Ombre”, scritto, suonato e cantato d’Antonio Di Lena. La collaborazione è ripresa l’anno successivo con la declamazione nel demo “Ermetica” di una sua lirica, dal titolo “Nella nostra sorte”.
CINEMA:
Nel 2010 ha partecipato come comparsa al medio metraggio di Mirko Di Lorenzo, con Alessandro Haber e Dante Marmone, dal titolo “Il Sig. H”.
Ha interpretato se stesso per un piccolo ruolo nel cortometraggio di Alessandro Zizzo, dal titolo “La stagione dei finocchi”.
C’è d’aggiungere il contributo alla stesura della sceneggiatura ancora inedita di “Mettiti comodo, vengo a ucciderti”, presumibile film horror di Josephaine (Giuseppe Fina, per saperne di più contattatelo pure via Internet!), noto speaker e cabarettista della Versilia.

 

Recensione “C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò, a cura di Elisabetta Bagli

“C’è da giurare che siamo veri…” è il titolo dell’ultima silloge poetica di Vincenzo Calò. Già dal titolo si evince il tema portante che lega i componimenti poetici, ovvero l’affermazione che l’individuo, pur di rimanere ancorato alla società in cui vive, accetta determinate forme espressive e atteggiamenti che non lo rendono totalmente vero nella sua forma, sebbene lo rimanga nella sostanza.
“C’è da giurare di esser veri…” perché la società non ci fa sentire veri, almeno nella nostra accezione esteriore. Il nostro è un “vero” fittizio che altro non è che un bisogno di accettazione che ci uniforma su idoli, su forme di vita che crediamo di aver scelto noi, liberamente. In realtà, si tratta di scelte indotte da una società il cui unico scopo che persegue è quello di divorarci l’un l’altro.
La quotidianità della società si mescola nella vita e nei fallimenti della stessa, legandoli indissolubilmente alle realtà esteriori fittizie anche mentre si vive l’amore con le sue battaglie che crediamo uniche, combattute solo da noi, senza curarci del fatto che nel mondo, nello stesso momento, ci sono ben altre battaglie che vengono vissute.
Vincenzo Calò nei suoi componimenti poetici usa metafore quali gli “arcobaleni glaciali” per indicare un piacere riscoperto da animali che si divertono, ovvero un piacere riscoperto dall’uomo che, scrollandosi di dosso le convenzioni sociali per qualche attimo, riscopre se stesso. Ma mentre gode della sua scoperta di essere, malgrado tutto, un uomo vero, ha il terrore di non vedersi più bambino. Questi sono versi di denuncia della società del perbenismo che vende e che commercializza anche “una curiosità normale”, quale quella dell’uomo che riscopre se stesso, ma che in fondo, essendo “vero”, ha paura di sapersi cresciuto, temendo il confronto con la vita. Per tale motivo l’uomo decide di abbandonare questi pensieri, lasciandosi andare ed iniziando a vibrare non per sentimento, bensì “all’insegna del divertimento” più sporco che colorerà la vita, e abbracciando gli alberi secolari “del potere usa e getta tutto”.
Ormai l’immagine che l’uomo possiede per vivere nella società ha una vita propria ed è costretto a indossarla perché è quella l’immagine accettata dalla società per lui, un’immagine creata ad hoc, proprio come una maschera su un volto che non si riesce a togliere.
A mio avviso, Vincenzo Calò ha una concezione un po’ pirandelliana della vita: tutti indossiamo una maschera, e spesso anche più maschere, per cercare di adattarci alle varie situazioni che ci si propongono innanzi, scegliendo quella che riteniamo più opportuna di volta in volta.
La maschera viene assunta dall’uomo quasi come una condanna che è costretto a scontare per poter continuare a vivere nella società. Ci sono delle realtà che l’uomo si dà per giustificare i suoi atteggiamenti ed esiste la percezione di come gli altri vedono gli stessi atteggiamenti, a seconda della loro realtà. Il relativismo che quindi si contrappone all’omologazione e l’omologazione che, viceversa, è necessaria per poter continuare a vivere nella società e non sentirsi isolati.
L’ipocrisia la fa da padrone e sembra essere il fondamento dei rapporti umani, eppure “c’è da giurare che siamo veri…”
La silloge poetica di Vincenzo Calò è composta da versi moderni e corrosivi che interrompono il concetto classico della poesia, concetto per il quale i versi devono avere una musicalità stabilita e determinata da canoni specifici. L’autore va al di fuori di tali schemi e incontra una sua “musica” interiore che esprime nella trasposizione di versi graffianti e veri, veri quanto il contrasto tra la vita che scorre e la necessità di fissare nelle immagini, ovvero nelle maschere, la conoscenza del proprio essere.

 

 Elisabetta Bagli

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