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RITRATTO DELL’ULTIMA DIVA ITALIANA: FRANCESCA BERTINI

Fra Bertini

Quanti oggi ricordano le inquadrature dell’attrice, che nelle scene romantiche amava farsi catturare dalla macchina da presa, appesa appunto a tende prestigiose di case nobili o di antichi castelli?

Le sue pose, con il braccio destro piegato verso la fronte, volgendo il polso alla vista, le sue elaborate toilette e la fronte cinta da nastro neoclassico, influenzarono legioni di imitatrici, scatenando autentiche isterie collettive.

La carriera artistica della più grande attrice del cinema muto italiano inizia a svilupparsi al morire dell’epoca liberty quando si assiste all’espansione del cinema italiano nel mondo e la nascita del divismo: Francesca Bertini è stata la diva per antonomasia del cinema italiano, il prototipo di un genere di donna che lei stessa seppe non solo inventare e portare al successo, ma anche far resistere nel tempo, ben al di là della durata della sua carriera cinematografica, iniziata e conclusa in solo undici anni.

FR BERTINIQui a Roma era ospite del Grand Hotel, dove nella hall, nell’angolo a sinistra, riceveva i suoi ammiratori, i fotografi, i giornalisti, i registi e, sul tavolino, c’era sempre ad attenderla una tazza di tè e un biscotto, che la premura dell’immancabile cameriere dell’hotel le faceva trovare, insieme ad una rosa rossa.

Francesca Bertini, pseudonimo di Elena Saracini Vitiello, attrice teatrale e cinematografica, nacque a Firenze, a Prato forse, “nacqui nella notte dell’Epifania, come se fossi stata un dono dei Re Magi”, il 5 gennaio 1892; morì a Roma il 13 ottobre 1985.

La piccola Elena Saracini venne adottata da Arturo Vitiello e da sua moglie, Adelaide Frataglioni, attrice di prosa di Firenze, dalla quale la bambina apprese lo spirito recitativo e le movenze affascinanti. Il gusto dell’antiquariato le venne trasmesso dal padre napoletano, compratore e rivenditore di cose antiche.

Furono questi suoi nuovi genitori che la battezzarono per la seconda volta aggiungendo al nome Elena, quello di Francesca.

 

Fu così segnata all’anagrafe come, Elena Francesca Saracini Vitiello. Fin da piccola, trasferitasi con i suoi a Napoli, aveva cominciato a far pratica di teatro “vero”, grazie all’interessamento di alcuni amici di famiglia tra i quali, l’estroverso Eduardo Scarpetta, che iniziò a chiamarla, in modo spiritoso, Francesca Bertini.

Altri amici di famiglia come Eduardo Scarfoglio e Salvatore Di Giacomo, affinarono la cultura della ragazza. Questa lunghissima durata della sua notorietà, dai primi anni del 1910 fino ai nostri giorni, più che lo spessore artistico e umano delle sue interpretazioni, hanno reso eccezionale l’ascesa del successo e del suo ricordo, in Italia e all’estero.

FRAN BERTINIFu lei la prima “diva” in assoluto. Solo Greta Garbo arrivò alla strabiliante concretezza di quella immaterialità virtuale, grazie alla simbiosi totale con la cinepresa. Ma il mito dell’attrice svedese era nato soprattutto per il supporto degli apparati pubblicitari studiati a tavolino dall’industria hollywoodiana degli anni Trenta con una efficienza e con una ricchezza di mezzi, non certo paragonabili a quelli di cui disponevano gli improvvisati produttori di casa nostra negli anni Dieci; ed il mito ebbe poi la possibilità di venire periodicamente alimentato dalla riproposta dei classici personaggi che avevano fatto la fortuna delle attrici negli anni Trenta e Quaranta, in epoca sonora. Le maggiori interpretazioni di Francesca Bertini rimasero invece limitate al periodo del cinema muto ovvero, ad un universo artistico e produttivo sul quale i decenni successivi stesero una impenetrabile cortina di silenzio e di disinteresse, provocandone la rapida dispersione; al punto che, nel complesso di una filmografia composta di oltre cento titoli, i film sopravvissuti fino a noi si possono contare sulle dita di una mano.

Fu dunque merito di Francesca Bertini l’aver saputo gestire per tutti questi anni il proprio personaggio e la propria immagine pubblica con la stessa intelligenza, con la stessa accortezza e con la stessa ferrea determinazione che l’avevano portata a splendere nel firmamento cinematografico del proprio tempo, facendosi interprete attenta e sensibile degli umori, del gusto della società italiana intorno alla prima guerra mondiale.

Ed è in quegli anni almeno per lei fortunati che si possono in effetti rintracciare le motivazioni e le componenti di quello che qualcuno ha giustamente definito il “fenomeno Bertini”. Francesca Bertini, ormai diciottenne, partecipò alla rappresentazione teatrale di “Assunta Spina”, sul palcoscenico del Teatro Nuovo di Napoli. Fu lì che venne notata da Gerolamo Lo Savio, produttore della Film d’Arte Italiana, azienda cinematografica costituita al fianco della Pathé Frères Francese, che la scritturò per farle muovere i primi passi insieme alla nascente nuova forma d’arte: il cinematografo. Era il 1910. In tutto il mondo la produzione cinematografica era ancora basata sul cortometraggio, il film in una sola bobina, ma già cercava il modo di nobilitarsi, traendo trame e ispirazione dai classici del teatro e della letteratura e reclutando attori già esperti del palcoscenico.

A Roma i registi dell’epoca facevano ricorso alle nuove leve del teatro italiano che si erano preparate nella “Scuola di Declamazione e gesto”, scuola esistente fin dal 1893 nell’ambito del “Liceo Musicale di Santa Cecilia” e che divenne nel 1921 la Regia Scuola di Recitazione “Eleonora Duse”, nella quale Silvio d’Amico insegnò Storia del teatro e dalla quale uscì attrice, Anna Magnani. Nella direzione del film artistico, la Casa fondata nel 1909 da Charles Pathé a Roma era in quel momento all’avanguardia, potendo contare anche su alcuni realizzatori francesi specializzati chiamati a fare scuola agli italiani Gerolamo Lo Savio e Ugo Falena, e su attori teatrali affermati come Ferruccio Garavaglia, Achille Vitti, Gastone Monaldi, Dante Cappelli e Vittorina Lepanto o di gran fama come Gabriellino D’Annunzio, figlio prediletto del poeta, che ha lavorato nel 1910 con Francesca Bertini nel film storico “Folchetto di Narbonne”.

La nascente industria del cinema stava allora formando i suoi primi quadri tecnici ed artistici, c’era posto per tutti, ed anche agli esordienti la sommarietà dei “caratteri” imposta dalla limitatezza del metraggio e dalle abituali riprese in campo lungo consentiva di arrivare facilmente a ruoli di protagonisti. Così avvenne anche per Francesca Bertini, che, dopo aver impersonato una seducente schiava in Salomè, poté interpretare una serie di eroine di primo e primissimo piano; anche accanto ad Ermete Novelli, ingaggiato per qualche mese dalla stessa casa cinematografica con gli attori della sua stessa compagnia teatrale.

Quella della “Film d’Arte” fu un’esperienza molto importante per la giovane attrice che poté ben presto aggiungere alle non comuni doti fisiche per l’epoca, fisicità asciutta e ben proporzionata, volto esaltante la bellezza mediterranea dai lineamenti marcati e dai lunghi capelli corvini, impreziosito dagli occhi splendidamente bruni, unita al temperamento impositivo anche sul set e sullo schermo, insieme alla professionalità acquisita nella pratica assidua del lavoro da attrice accanto a colleghi professionisti dell’arte scenica.

Dopo i primi piccoli successi, Francesca Bertini venne assunta e scritturata come “prima attrice” per i drammi storici della casa di produzione Film d’Arte. In due anni ne interpretò una ventina, passando con disinvoltura dai panni delle opere di Shakespeare per i personaggi di Cordelia e Giulietta a quelli di Francesca da Rimini, di Isotta e di Bianca Capello. Poi, nel 1912, intuendo il cambio di gusto del pubblico lasciò la casa di produzione “Film d’Arte”, che insisteva su formule teatrali stantie, ormai invecchiate. Già dal 1911 si stava diffondendo in Italia la nuova moda del lungometraggio, che rivoluzionava i criteri produttivi e anche il lavoro dei realizzatori come degli attori, facendo acquisire loro la dignità professionale ed un valore totalmente nuovo agli occhi del pubblico.

Francesca BertiniE se fino ad allora la paternità dei film era stata attribuita alla Casa di produzione, ora, sull’esempio di quanto era avvenuto con l’arrivo sui nostri schermi di una straordinaria attrice danese, Asta Nielsen, nel 1911, un’attrice solitamente interprete di drammi torbidi e sensuali, viene lanciata in Italia come la “Duse del Nord”, ma venne soppiantata da Greta Garbo.

Le attrici del Nord venivano pubblicizzate sui manifesti e sulle riviste specializzate dove cominciavano ad apparire anche i volti e i nomi degli interpreti italiani, che il pubblico iniziava a riconoscere.

L’intuito imprenditoriale e la capacità fisica camaleontica della nostra Francesca Bertini fece in modo di presentarsi alla Cines di Roma, la più importante casa di produzione cinematografica del momento con a capo il barone Alberto Fassini, che l’aveva da poco riorganizzata e che le offrì immediatamente un contratto da favola dopo aver appurato le attitudini professionali che spaziavano dalla commedia al dramma moderno, ai ruoli del romanzo storico-avventuroso.

Ma la Cines Film di Roma era una grande casa cinematografica e gli attori “sotto contratto” erano veramente molti ed il barone Alberto Fassini, nell’agosto del 1912, aveva da poco sostituito la “prima attrice” che lo aveva lasciato, Italia Almirante Manzini, con una nuova stella nascente, Hesperia, pseudonimo di Olga Mambelli, che dalla critica venne riconosciuta come prima attrice assoluta per soggetti moderni: proprio il ruolo cui aspirava anche Francesca Bertini, che comunque già aveva firmato il contratto con la Cines.

Per fortuna uno dei direttori artistici della Cines di Roma, Baldassarre Negroni, in accordo con la casa madre, stava proprio allora organizzando l’apertura di una nuova società cinematografica, la “Celio Film”; fu così che Francesca Bertini trovò il suo spazio giusto, di cui aveva bisogno per saggiare le proprie forze nel dramma moderno e nella nuova dimensione del lungometraggio: più di mille metri, il film attuale moderno, insomma! Aiutata, per fortuna, da un direttore artistico di buon mestiere come Baldassarre Negroni e da alcuni suoi colleghi come Emilio Ghione e Alberto Collo, in due anni, Francesca Bertini, affinò il suo personale stile di interpretazione cinematografica corrispondente al gusto dell’epoca.

Francesca Bertini si distingueva dalle altre per il maggiore eclettismo della sua vena artistica, che la porterà ad interpretare ruoli molto diversi tra loro: dalle più consuete donne fatali d’ispirazione dannunziana, fino al personaggio maschile di Histoire d’un Pierrot e alla napoletana e popolaresca Assunta Spina. Alla Celio Film, l’attrice si specializzò anche in ruoli fortemente drammatici e in ruoli che riproponevano gli stereotipi del cosiddetto “cinema in frac”, un genere che, secondo un modello d’ispirazione dannunziano, presenta un mondo di aristocratici, esteti e donne fatali dedite a passioni distruttive come il sesso, l’assenzio, la coca, e proibite come il gioco d’azzardo, e che, unitamente ai grandi ‘kolossal storici’, finisce per prevalere sulle correnti più realistiche e popolari, ben rappresentate nel nostro cinema da film quali “Assunta Spina” e “Sperduti nel buio”. Il genere “cinema in frac”, nel 1913 era stato consacrato dal successo di un interessante lungometraggio di Mario Caserini, “Ma l’amore mio non muore”, un dramma mondano girato per la Gloria Film di Torino, dove in questo film ha successo Lyda Borelli, che sarà soppiantata di lì a poco da Francesca Bertini, l’ultima diva Italiana. Le eroine interpretate dalla Bertini nei film del 1913 e 1914 erano per la maggior parte donne eleganti dell’alta borghesia o della nobiltà, portate alla disperazione, a volte fino al suicidio, dal loro innato senso del dovere e dell’onore, dalla maldicenza e dall’onta da cancellare, o da uomini incapaci di apprezzare il loro amore.

Qualche volta c’erano risvolti più spregiudicati: come nei personaggi di “In faccia al destino” o di “Idolo infranto” realizzati da Emilio Ghione. L’attrice stava allora cercando di definire la propria identità artistica e, rifiutando di chiudersi in schemi prefabbricati, sapeva affrontare anche esperienze decisamente nuove e controcorrente. Lo dimostra il film culmine di questo suo periodo alla Celio Film, “Histoire d’un Pierrot”, dove ha il ruolo del personaggio maschile!

L’attrice risultò all’altezza del compito che le era stato assegnato da Baldassarre Negroni, e approfittò dell’ambigua truccatura del Pierrot per sottolineare l’intensità e la forza della propria maschera. Il successo di questa operazione rafforzò la fama che l’attrice aveva già cominciato ad acquistare con i film precedenti; ma il film segnò anche un momento di crisi nell’attività della Celio Film di Roma, dato che, per dissapori con l’amministratore economico, Baldassarre Negroni se ne era andato via prima ancora della conclusione delle riprese, tanto che a malincuore, furono proprio Francesca Bertini e Emilio Ghione a portare a termine la lavorazione del film.

L’intuito dell’attrice le faceva prevedere il momento giusto di cambiare di nuovo, trovandosi così nella condizione di avere ora soltanto l’imbarazzo di scegliere tra due proposte altrettanto allettanti: quella dell’ex amministratore della Celio Film di Roma, Gioacchino Mecheri, in procinto di aprire la sua Tiber Film; e quella dell’avvocato Giuseppe Barattolo, fondatore della Caesar Film. La spuntò il primo, ma solo sulla carta! Nel 1914 la Bertini concludeva in bellezza la collaborazione con la Celio Film: un realizzatore di grande prestigio come Nino Oxilia e un soggetto a forti tinte scritto per lei dal barone Alberto Fassini, il proprietario della  Cines Film di Roma, oltre naturalmente al virtuosismo della sua interpretazione, assicurarono un grande successo a “Sangue bleu”; era il 1914. A quel successo seguì l’approvazione della critica e del pubblico per il film “Nelly la gigolette”, prodotto dalla Caesar Film di Giuseppe Barattolo, con la regia di Emilio Ghione. Le storie violente, torbide, ricche di passione e di morte, tese a valorizzare le qualità drammatiche oltre alla presenza divistica della protagonista, segnarono una svolta decisiva per la carriera di Francesca Bertini.

Già c’erano i prodomi della Prima Guerra Mondiale!

La diva, passata stabilmente alla Caesar Film, aveva ormai in mano le redini della propria carriera, era arbitra indiscussa nella scelta dei soggetti, dei realizzatori e dei comprimari; ed anche sul set era lei ad avere l’ultima parola. Alla Caesar Film ebbe la fortuna di ritrovare un ottimo attore, Gustavo Serena, con il quale aveva già lavorato alla Film d’Arte e, tra l’altro erano stati in coppia nel Romeo e Giulietta, e che nel frattempo era diventato regista.

Dalla collaborazione della Bertini con Gustavo Serena, nel 1915 venne fuori un film di grande originalità e forza espressiva, un film molto importante e prestigioso prima di tutto per Francesca Bertini e poi, per tutti i suoi collaboratori non solo artistici: “Assunta Spina” scritto per il cinema da Salvatore Di Giacomo; fu un’esperienza singolare per l’attrice, che ancora una volta coraggiosamente rinunciava agli schemi fino ad allora collaudati per calarsi, con naturalezza e verità di accenti, nei panni della popolana istintiva e passionale creata per il teatro dal poeta Salvatore Di Giacomo, il quale le diede “carta bianca” per la versione cinematografica.

“Assunta Spina”, riconosciuto ancora oggi come il primo significativo risultato raggiunto dal nostro cinema in direzione del verismo, mostra ancora oggi la diva Francesca Bertini “al naturale”, impegnata in una recitazione misurata, priva di enfasi, modernissima, che testimonia la maturità artistica e la sensibilità grazie alle quali aveva ottenuto il primato su tutte le altre attrici del cinema italiano. La calorosa accoglienza di pubblico e di critica assicurata da “Assunta Spina” accompagnò nello stesso anno anche un altro film della coppia Bertini-Serena del tutto diverso, “La signora dalle camelie”.

La riduzione del romanzo di Dumas jr. segnalava il ritorno della diva ai personaggi classici della tragedia, tratti dalla letteratura e dal teatro, che meglio si prestavano ad allargare ancora di più la sua fama ed il suo prestigio divistico. Sarà per Francesca Bertini, la diva, un susseguirsi di grandi interpretazioni di personaggi del bel mondo votati a passioni fatali e infelici, resi più suggestivi per il grande pubblico dal continuo variare delle raffinate toilettes, delle elaborate acconciature liberty.

Il mondo decadente, saturo di letteratura minore e di dannunzianesimo in cui si muoveva ora il personaggio, costruito film dopo film, dall’attrice stessa, offriva un’efficace alternativa a una società che dal 1915 al 1918 viveva quotidianamente gli orrori sanguinosi della prima guerra mondiale. Francesca Bertini riuscì a mantenere il proprio impegno professionale a un ottimo livello, ricercando sempre le soluzioni ritenute artisticamente più convincenti, senza nulla concedere alla faciloneria e all’improvvisazione, arrivando a risultati di grande rilievo, e qui elenco alcuni di questi film: Fedora (1916) il film da lei più amato, Odette (1916) più volte riproposto con modifiche negli anni a seguire fino alla versione sonora del 1934 prima del suo ritiro definitivo, dove venne doppiata da Giovanna Scotto, Il processo Clémenceau (1917) dove appare per la prima volta sullo schermo un sedicenne che si chiamava Vittorio De Sica, Tosca (1918), La principessa Giorgio (1920), Marion (1920), La blessure (1922). Nella filmografia della Bertini non mancano ruoli divertenti e disinibiti come in “Mariute” (1918) e in “Anima allegra” (1919). Il suo errore più vistoso fu la serie di film dedicati ai sette peccati capitali girati nel 1918 e nel 1919, ma proprio su questo “errore” l’attrice poté far lievitare i propri compensi e ottenere dal compiacente ammiratore produttore Giuseppe Barattolo della Caesar Film di Roma, l’istituzione di una nuova casa di produzione ovvero, la “Bertini Film”. Guadagnò allora somme che nessun’altra attrice dell’epoca, italiana o straniera, si sognò mai di ottenere. Nel 1920 addirittura le maestranze del cinema istituirono uno sciopero generale poiché il produttore Giuseppe Barattolo le fece ottenere dall’Unione Cinematografica Italiana, UCI Cinema, un contratto che le garantiva ben due milioni di lire all’anno, impegnandola a lavorare in otto film.

Per la prima volta nella storia del costume, un’attrice era diventata per il pubblico di massa un modello da imitare, un simbolo straordinario di successo, la rappresentante di una dimensione sentimentale ed esistenziale così irreale e misteriosa da ottenere l’ammirazione di milioni di persone in tutto il mondo. Ma, ancora una volta, l’intuito dell’attrice, che fino ad allora si era completamente dedicata alla propria carriera artistica facendo di tutto, dall’attrice in primis, alla sceneggiatrice, dalla regista all’operatore al montatore all’ufficio stampa per se stessa, alla casting nonché alla scenografia e alla scelta delle location.

Nell’agosto 1921 sostenne il suo ultimo ruolo notevole, nel film “La fanciulla di Amalfi”, poi in settembre si sposò. Francesca Bertini sentì per la prima volta il richiamo del cuore, e decise improvvisamente di ritirarsi dalle scene, dopo aver accettato di sposarsi con un corteggiatore di rango, il conte Alfred Paul Cartier, cugino del famoso gioielliere di Parigi. Era il 1921 e il matrimonio da favola segnò quell’epoca! La coppia si ritirò dapprima in Toscana, nella Villa Mirafiori di Pozzolatico, vicino a Firenze, e poi a Parigi.

Alfred Paul Cartier, difensore e attaccante di squadre di calcio (Milan e Genova), oltre ad essere stato un importante banchiere della Famiglia Cartier, morì in Svizzera, a Viganello, nel 1959.

Qui a Roma Francesca Bertini aveva una residenza segreta circondata dal verde ed il suo vero indirizzo era un mistero gelosamente custodito anche dal suo entourage, e coloro che la volevano incontrare dovevano rivolgersi alla concierge, alla reception, del Grand Hotel di Roma, in Via Veneto. Alcuni suoi film uscirono con ritardo. È da ricordare “La femme d’une nuit” del 1930 dove tra gli altri fece la sua comparsa addirittura Antonin Artaud, il genio del teatro della crudeltà, commediografo, attore teatrale, scrittore e regista teatrale francese.

Molto interessanti risultano essere i ricordi di quell’epoca che vengono esposti dalla stessa Bertini in una lunga intervista, dove racconta la sua vita e la sua carriera. Il documentario-intervista raccoglie diverse sequenze dei suoi maggiori film, reperiti in Italia e all’estero, in vari casi stampati da copie uniche o fortunosamente salvate. È una testimonianza storica di un’epoca vissuta da Francesca Bertini questa intervista del 1982 girata nella location del Grand Hotel di Via Veneto dal regista Gianfranco Mingozzi, dal titolo “L’ultima diva: Francesca Bertini”.

Altri film con Francesca Bertini uscirono fino al 1976, si ricordi “Novecento” per la regia di Bernardo Bertolucci che la coinvolse in una partecipazione straordinaria per l’epoca dove è stata protagonista. E dove risulta evidente la sua recitazione moderna, microespressiva, densa di passioni, che ancora una volta le fecero riscuotere un grande successo non solo riguardante l’interesse per la sua figura, poiché la sua vita era stata un romanzo!

L’attrice morì a Roma il 13 ottobre 1985 all’età di 93 anni.

Francesca Bertini è sepolta al Cimitero Flaminio di Prima Porta insieme a molti illustri personaggi del mondo della cultura, dell’arte, dello spettacolo, dello sport, dell’attualità e della politica italiana. Tra loro, ricordiamo: Ilaria Alpi, Ennio Antonelli, Maurizio Arena, Enrico Berlinguer, Angelo Bernabucci, Fulvio Bernardini, Carla Boni, Rossano Brazzi, Gianni Brezza, Anton Giulio Majano, Renato Carosone, Enzo Cerusico, Gino Cervi, Tonino Cervi, Giorgio Chinaglia, Eduardo Ciannelli, Luigi Comencini, Vincenzo Crocitti, Carlo Dapporto, Luciana Dolliver, Arturo Dominici, Elena Fabrizi (Sora Lella), Rosa Falzacappa (Rossella Falk), Amintore Fanfani, Luigi Gatti, Giuliano Gemma, Ileana Ghione, Aldo Giuffré, Ninì Gordini Cervi, Sylva Koscina, Franco Lechner (Bombolo), Virna Lisi, Roldano Lupi, Tommaso Maestrelli, Pupella Maggio, Corrado Mantoni (Corrado), Riccardo Mantoni, Giovanni Manurita, Marcello Martana, Gilberto Mazzi, Pietro Mennea, Fedora Mingarelli, Domenico Modugno, Benjamin Murmelstein, Umberto Nobile, Silvana Pampanini, Paolo Panelli, Vincenzo Paparelli, Alberto Rabagliati, Renato Rascel, Nora Ricci, Luciano Rossi, Celeste Raffaele Rosso (Nini Rosso), Nunzio Rotondo, Stefania Rotolo, Gigi Sabani, Lydia Simoneschi, Aroldo Tieri, Vieri Tosatti, Bice Valori, Stefano Vanzina (Steno).

(PRIMA PUBBLICAZIONE su Periodico Italiano Magazine – sfogliabile n°26)

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