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Roberto Re, la Valle dei Dimenticati

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Roberto Re è nato nel 1976 a Lanzo Torinese, dove attualmente vive. “La Valle dei Dimenticati” è il suo secondo romanzo. Recentemente ha ricevuto diversi riconoscimenti: Menzione d’Onore al Premio Letterario Nazionale “Osservatorio” (marzo 2012), “Premio Speciale Fantasy” al Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica (marzo 2012), 1° Posto al Premio Internazionale di Letteratura “Toscana in Poesia” (aprile 2012), 2° Posto al Premio Letterario Nazionale “Cittadella” per romanzi fantasy italiani editi nel 2011 (giugno 2012), Medaglia d’Onore al Premio Letterario Nazionale “Città di Parole” Firenze (luglio 2012), Targa Finalista al XXIX Premio Letterario Nazionale “Città di Cava de’ Tirreni” (agosto 2012).

 

D- L’idea del romanzo “La valle dei dimenticati” si è sviluppata in te dopo qualche evento particolare della tua esistenza? E quale messaggio si cela nel contenuto?

R- Le idee per sviluppare i Dimenticati sono venute a breve distanza una dall’altra, permettendomi quindi di creare le motivazioni e la scaletta della storia praticamente insieme, evitando stravolgimenti in corso di stesura.
In primo luogo, c’era da parte mia la voglia di scrivere un fantasy che uscisse dal classico binario della quest, stratagemma sfruttato in modo ormai universale. La ricerca dell’ “oggetto che deve salvare il mondo affinché tutti possano vivere felici e contenti” mi ha stancato da lettore, e quindi non avevo nessuna intenzione di riproporlo come autore. Invece, mi attirava di più sviluppare l’idea di quali strumenti potesse utilizzare un popolo per salvare se stesso dal rischio dell’estinzione, utilizzando metodi anche poco etici, essendo pronto a tutto per sopravvivere.
In secondo luogo, come spiego in una delle prossime domande, volevo proporre l’idea del sogno utilizzato in tutte le sue forme, da quello “fisico” a quello riferito come desiderio, fondendo le due essenze in una sola.
Altro argomento, e questa è stata un po’ una scommessa, è stato il voler utilizzare in un romanzo fantasy una coppia lesbica tra i protagonisti. In centinaia di romanzi di questo genere che ho letto non mi sono mai imbattuto in protagonisti omosessuali esplicitamente dichiarati e che come tali si comportavano, e la cosa mi ha spinto a voler dare al romanzo quel tocco in più di “modernità”. Nel momento in cui stavo abbozzando personaggi e trama, si faceva un gran parlare di coppie gay e dei loro diritti, e i gay-pride erano all’ordine del giorno. La sfida è stata creare una coppia credibile, affiatata, ma senza scendere nel morboso.
Infine, ma non ultimo, un messaggio di speranza: i Dimenticati lo sono per davvero, sono esiliati in un angolo del mondo e sono diventati leggenda, nessuno sa della loro presenza. Fino a quando sarà una loro scelta terminare l’esilio e ripresentarsi agli occhi del mondo per cercare di preservare un equilibrio che sta diventando tragicamente instabile. A questo punto capiranno che, pur essendo stati dimenticati, anche per loro c’è ancora un ruolo sulla terra, anche loro hanno uno scopo. Perché alla fine ognuno di loro (e ognuno di noi) ha qualcuno che li aspetta.

D- Qual è il personaggio nel romanzo che più ti rappresenta?

R- Sinceramente, credo nessuno. Quando scrivo cerco di mantenere un certo distacco emotivo tra me e i personaggi che creo, in modo da non immedesimarmi troppo in uno di loro e di non farlo agire come agirei io in determinate circostanze. Poi però, leggendo i commenti dei lettori mi accorgo che non sempre ci riesco. C’è chi ha visto in Charynn, che sicuramente è il personaggio che sono riuscito a creare e personalizzare meglio, come il mio “alter-ego” femminile. Non nascondo che, rileggendolo, devo ammettere che certe sue caratteristiche rispecchiano in parte le mie, anche se molto più amplificate per via del suo ruolo nella storia. Ma, di base, credo che l’autore debba tenersi lontano dall’avere un ruolo da personaggio nella propria creazione. Meglio essere al di sopra della storia e creare personaggi quanto più possibile diversi tra di loro e quanto più possibile diversi da te.

D- Nel libro si affronta la difficoltà di sognare e di concretizzare gli obiettivi della vita, cosa rappresenta per te il sogno?

R- Nel romanzo, il sogno viene vissuto sotto tutti i suoi aspetti. Esiste il sogno “fisico” e il sogno inteso come “desiderio”. Nello svolgimento della storia, essi sono strettamente legati. La storia dei Dimenticati è ambientata in un mondo dove, da secoli, si è persa la capacità di sognare a causa di esperimenti portati avanti da un popolo misterioso, del quale si erano perse le tracce da secoli. Essi carpiscono dalle menti delle popolazioni i sogni notturni nel momento esatto in cui questi si formano, impedendone ai legittimi proprietari di ricordarseli. E a loro servono per portare a termine vecchi studi per cercare di arrivare al totale possesso delle menti umane e, insieme a ciò, alla possibilità di sfruttare i sogni stessi per migliorare la loro realtà, plasmandola attraverso i desideri. Ma per portare a compimento tutto questo (o, per lo meno, questo è quanto hanno sempre fatto credere a colei che doveva agire sul campo…) hanno bisogno di recuperare alcune persone che hanno mantenuto la capacità di sognare, e che vengono contattati direttamente dal popolo attraverso strane immagini premonitrici. Questi sogni colpiscono persone che hanno dei forti desideri, gente che sta cercando di lottare per qualcosa e che continuerebbe a lottare dando anche la propria vita per quello che vorrebbe realizzare.
E’ quest’ultima parte che per me rappresenta la vera essenza del sogno: desiderare qualcosa, ed essere disposto a tutto pur di arrivarci. Lottare, andare magari contro tutto e tutti ma non mollare. Non mollare fino a quando si raggiunge ciò che si è sognato, o fino a quando si arriva a capire che non c’è alcuna speranza di poterlo realizzare. Perché a questo punto, insistere non lo renderebbe più un sogno ma un incubo. E allora, non ne varrebbe più la pena.

D- Come ti sei avvicinato al genere fantasy? Quali autori hanno influenzato il tuo percorso di scrittura?

R- Al fantasy ci sono arrivato per gradi. Premetto che leggere è sempre stata una delle mie più grandi passioni, quando ero piccolo e quindi mi era impossibile viaggiare e spostarmi ci pensavano Verne e Salgari a farmi compiere grandi avventure in giro per il mondo, grazie alle loro storie ancora attuali. I romanzi d’avventura sono stati i primi a finire nelle mie mani ed essere avidamente consumati. Poi, un po’ alla volta, ho allargato i miei interessi e sono passato per un discreto periodo di tempo sotto le fauci di King, ho apprezzato la morbosità mentale di Koontz, l’acume di Grisham, di Robin Cook e della Cornwell. Negli ultimi anni mi sono imbattuto in quella coppia di narratori assolutamente ineguagliabile quali sono Douglas Preston & Lincoln Child, i quali hanno dato vita a colui che, a mio dire, è il miglior personaggio apparso nella letteratura, cioè Aloysius Pendergast. E ho apprezzato la fervida fantasia di Glenn Cooper e le sue storie ricche di mistero. Ma al fantasy ci sono arrivato all’inizio del periodo delle scuole medie, e assolutamente per caso…come ogni miglior incontro che si rispetti. Il compianto David Eddings è stato il mio maestro, avrei comprato anche la sua lista della spesa se l’avessero pubblicata. Ero letteralmente innamorato dei suoi personaggi, tanto da finire i 5 tomi del Belgariad in 4 giorni, leggendo fino a quando gli occhi cedevano per inerzia. Terry Brooks, nonostante ogni tanto tenda a ripetersi nelle sue storie, è un altro autore che mi ha dato molto sotto il profilo della creatività. Poi potrei citare altre decine di autori e titoli, ma se devo dirne uno che mi ha fatto capire quanto il fantasy possa arrivare a livelli di maturità impressionante…beh, non posso che citare Angus Wells e il suo “I Signori del cielo”, che a mio parere in Italia non ha avuto il successo che avrebbe sicuramente meritato. E’ stato lui a farmi capire che non necessariamente una storia deve finire completamente bene. E’ per colpa sua (o per merito suo?) che per la storia dei Dimenticati ho scelto apposta quel finale che lascia l’amaro in bocca. Perché il fantasy è si fantasy, ma non dobbiamo perdere di vista il fatto che il lieto fine esiste solo nelle fiabe. E nella mia concezione di fantasy come metafora della nostra vita, solitamente sono più le “inculate” che i finali alla “vissero felici e contenti”

D- Oltre al romanzo “La valle dei dimenticati” hai pubblicato “Il libro dei misteri”. Cosa accomuna le due opere?

R- Fortunatamente ben poco. “Il Libro dei Misteri” è stato un errore editoriale, e non mi vergogno a dirlo. Quando ti affacci sul mondo dell’editoria e non ne conosci le basi, fai in fretta a finire nelle fauci di “editrici” che lo sono per modo di dire. L’ho imparato sulla mia pelle e non ho più ripetuto quello sbaglio. Quello che accomuna le due opere è la mia voglia di scrivere, di usare in questo caso il fantasy come metafora di avvenimenti della nostra vita, di vederne difetti ed eccessi sotto una luce esterna, che mi permette di muovermi più liberamente sotto il profilo narrativo. Perché c’è chi dice “scrivo fantasy per uscire dal mondo reale”, io invece dico che scrivo fantasy per sviscerare la nostra realtà e portala in un mondo esterno dove poter modellare i miei pensieri e le mie idee. Visto che la realtà non è esattamente idilliaca, poterne muovere i fili in un’altra dimensione mi dà una leggera soddisfazione.

D- Una tua riflessione sul mercato editoriale italiano. Cosa pensi dell’ evoluzione degli e-book?

R- Ho iniziato ad apprezzare l’ebook con l’uscita de “La Valle dei Dimenticati”, e prima ancora di apprezzarli come lettore li ho apprezzati come autore. E’ innegabile che quello sia un formato che abbatte il rischio d’acquisto da parte del lettore, perché se poi non dovesse piacere un conto è aver speso 3,50€ (l’equivalente di un pacchetto di sigarette), un conto è averne spesi 18€ per la versione cartacea (che male che vada riesci a rifilare a qualcun altro sotto forma di regalo o venderlo usato e recuperarci ancora qualcosa). Poi, sotto la spinta di questo stesso ragionamento, ho deciso di lanciarmi e comprare il kindle. Devo ammettere di non aver ancora provato a leggere nulla su quell’aggeggio, ma di aver acquistato tramite i canali appositi parecchie decine di volumi. Ma essendo ancora di vecchio stampo, cioè amante del profumo della carta e della copertina che ti colpisce l’occhio, della voglia di entrare in una libreria e sfogliare le pagine guardando quante sono, di sicuro continuerò a comprare libri nella mia libreria preferita perché il primo amore non si scorda mai.
D- Henry James scrisse: “Non aver paura della vita. Credi che vale la pena vivere e che la tua convinzione aiuterà a rendere reale il fatto.” Quali sono le paure di Roberto Re?

R- Una volta avevo molte paure, il tempo mi ha cambiato. Avevo paura della morte: ho visto morire tanti di quegli amici che ho imparato ad “anestetizzarmi” alla sua presenza. Avevo paura della solitudine: ora ho imparato a stare bene anche solo con me stesso, me ne preoccuperò più avanti quando sarà il momento se avrò ancora la possibilità di farlo. Avevo paura di come la gente potesse reagire ai miei comportamenti: ho imparato a fregarmene e vivere la mia vita dicendo quello che penso e facendo quello che mi sento di fare, in qualsiasi momento, anche a costo come è già successo di tornare indietro a testa bassa o prendere mazzate. Questo non vuol dire che ho sconfitto tutte le paure, perché sarebbe impossibile per chiunque, esistono ancora tante cose che mi frenano in quello che vorrei fare ma, spesso, quello che manca è il coraggio. Le paure, per quanto possibile, cerco di affrontarle. A volte ce la faccio, a volte no. E’ il gioco della vita…

D- Progetti e ambizioni per il futuro.

R- Attualmente sto cambiando genere. Il fantasy mi ha dato soddisfazioni, mi ha fatto conoscere molta gente e mi ha procurato un buon numero di premi. A questo punto ho pensato che fosse giusto cambiare, mettersi alla prova con argomenti diversi. Non volevo continuare a scrivere fantasy solo perché la gente si aspetta che lo faccia, o perché pensa che me la sappia cavare solo su questi soggetti. Ora sono alla stesura di un thriller nel quale voglio affrontare temi forti e argomenti cupi e delicati. Un romanzo dove sviscerare in profondità il difficile passato dei protagonisti, le loro paure, abusi fisici e mentali che hanno subito e che li hanno portati alla loro attuale condizione. Un poliziotto con una famiglia distrutta alle spalle che ancora ne porta le conseguenze, e un serial killer che entra nella sua vita facendo riesplodere in pieno tutti i drammi del suo passato. Se dovesse piacere, mi intrigherebbe portare avanti questi protagonisti in almeno un altro paio di storie, per sviscerarli meglio e creare un filo conduttore fino ad un finale esplosivo.

 

Michela Zanarella

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